Da ITALIA OGGI del17/9/09

Circolare con i chiarimenti sullo svecchiamento del personale nelle pubbliche amministrazioni

A riposo con 40 di contribuzione

Per la risoluzione anticipata non conta il servizio prestato

DI DANIELE CIRIOLI

 

Torna il requisito contributivo di 40 anni per lo svecchiamento del personale pubblico. Ma restano efficaci i licenziamenti e i preavvisi ordinati in base al vecchio requisito dei 40 anni di servizio. A stabilirlo è la circolare n. 4 firmata ieri dal ministro per la pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che illustra le nuove regole sulla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro nelle p.a. Nuove regole che prevedono ora un intervento limitato nel tempo (dal 2009 al 2011) e l'applicazione ai dirigenti mentre esclude, oltre a magistrati e professori universitari, anche i dirigenti medici.

Una novità in tre step. 
I chiarimenti riguardano la risoluzione unilaterale del contratto di lavoro dei dipendenti pubblici. Una novità introdotta dal dl n. 112/2008 e successivamente modificata in due occasioni, l'ultima con la legge n. 102/2009. In un primo momento (dal 25 giugno 2008 al 19 marzo 2009), la disciplina prevedeva che la p.a. potesse unilateralmente mettere a riposo dipendenti (cioè licenziarli) una volta raggiunti i 40 anni di anzianità contributiva. Poi è intervenuta la legge n. 15/2009 (dal 20 marzo al 4 agosto 2009) che ha sostituito il requisito contributivo con quello di anzianità di servizio e la risoluzione unilaterale poteva avvenire quando il dipendente raggiungeva i 40 anni di effettivo lavoro. Infine la legge n. 15/2009 ha ristabilito il vecchio requisito di contribuzione: dal 5 agosto, dunque, opera nuova mente la vecchia regola per cui una p.a. può mettere a riposo il dipendente che raggiunge 40 anni di contribuzione a prescindere dal numero di anni di servizio svolto (per esempio, nel requisito si calcolano i contributi figurativi per riscatto della laurea che non hanno riscontro con un'effettiva attività di servizio).

I lavoratori interessati. 
Oltre il ritorno al requisito contributivo, la legge n. 102/2009 ha modificato la disciplina anche con riferimento ai lavoratori interessati e al momento in cui la facoltà può essere esercitata, e ne ha limitato l'operatività a un triennio (2009/2011). Relativamente ai lavoratori interessati, la nuova disciplina esclude i dirigenti medici responsabili di struttura complessa (che si aggiungono ai magistrati e professori universitari, e specifica che si applica anche nei confronti del personale dirigenziale.

Il momento di licenziamento.
In base  alle  nuove regole la facoltà di risoluzione può essere esercitata «a decorrere dal compimento dell'anzianità massima contributiva di 40 anni». Secondo la circolare, questo vuoi significare che il compimento dei 40 anni di anzianità contributiva rappresenta il momento iniziale a partire dal quale la risoluzione può interveni re. In altre parole, la sua efficacia può decorrere dal giorno seguente a quello del compimento dei 40 anni di contributi, fermo restando che la p.a. deve aver comunicato per tempo, e cioè sei mesi prima, il preavviso al dipendente interessato.

Solo per tre anni.
La facoltà di risoluzione unilaterale opera limitatamente al triennio 2009/2011. Ciò significa, spiega la circolare, che la facoltà può essere esercitata sino al 31 dicembre 2011 e nei confronti di quei dipendenti che abbiano maturato il requisito (40 anni di contributi) entro tale data.

Diritto intertemporale.
Il susseguirsi delle diverse discipline, specie con riferimento al requisito per la risoluzione (prima 40 anni di contributi, poi di servizio e ora nuovamente di contributi) non da vita a conseguenze sul piano operativo. Spiega la circolare, in fatti, che la legge n. 102/2009 ha confermato l'efficacia degli atti (tutti gli atti) compiuti in base alle vecchie norme. Tradotto in pratica, ciò significa che devono considerarsi valide ed efficaci sia le risoluzioni già intervenute e sia i preavvisi rilasciati in base alle vecchie disposizioni, anche nel caso in cui il termine finale dei 6 mesi sia caduto o venga a cadere dopo il 5 agosto (entrata in vigore della nuova disciplina).
Ovviamente, questo resta valido soltanto nelle ipotesi in cui la p.a. non abbia nel frattempo revocato il preavviso o abbia mantenuto in servizio il dipendente dopo la scadenza del preavviso (comportamento che equivale a revoca implicita del preavviso).

 

 Da CONQUISTE DEL LAVORO (quotidiano sindacale della CISL) del 8/9/09  

INPS, VOLANO I CONTI   CROLLANO LE ANZIANITA’

L'Istituto dovrebbe chiudere il bilancio 2009 con un utile netto di oltre 6 miliardi di euro, bissando i risultati del 2008 e del 2007,  e con un patrimonio positivo di oltre 45miliardi.  Intanto, a prescindere dall'entrata in vigore delle nuove norme, cala del 57,5% il numero delle domande di pensione di anzianità che passano da 160mila a 68mila.

Crollano le domande di pensione di anzianità, volano i conti dell'Inps e si ridimensionano gli allarmi sulla tenuta del sistema previdenziale.
 Sono sempre meno, infatti, i lavoratori che vanno a riposo prima dell'età di vecchiaia: nei primi sette mesi del 2009, nonostante l'apertura a luglio di una delle due finestre dell'anno per la pensione di anzianità, gli assegni liquidati dall'Inps sono stati appena 68mila, a fronte dei I60mila registrati nello stesso periodo del 2008, con un calo del 57,5%. 
Il dato è stato antici
pato dal presidente dell'Istituto, Antonio Mastrapasqua, che ha sottolineato come la cifra sia "in linea con le previsioni" che danno per quest'anno un calo consistente delle richieste di anzianità rispetto al 2008. Da luglio, infatti, sono cambiate le regole per l'accesso alla pensione di anzianità (per i lavoratori dipendenti ci vorranno 59 anni di età ma una quota pari a 95 tra età  anagrafica e anni di contributi), ma ad uscire quest'anno sono ancora le persone che avevano già maturato i requisiti da almeno sei mesi, quindi alla fine dell'anno scorso e con le vecchie regole (58 anni e 35 di contributi).  L'apertura della finestra ha rallentato il crollo (a maggio il calo era del 67%) ma, nonostante l'inasprimento effettivo delle regole si farà sentire solo nei prossimi anni, la riduzione dei pensionamenti anticipati resta significativa. 
Confermando,
dunque, che le riforme realizzate finora hanno raggiunto l'obiettivo di garantire la tenuta del sistema. Un dato che trova ulteriore conferma nei conti dell'Istituto di previdenza. L'andamento delle richieste di pensione assieme all'aumento dell'aliquota contributiva voluta dal Governo Prodi, la lotta al lavoro nero e all'evasione contributiva e la regolarizzazione di colf e badanti faranno sì che l'Inps approvi un bilancio 2009 con un utile consistente.

Secondo l'assestamento di bilancio approvato prima della pausa estiva dal presidente, e all'esame del Consiglio di indirizzo e vigilanza il prossimo 15 settembre, l'Inps dovrebbe chiudere l'anno con un risultato netto di 5,9 miliardi. Un dato, ha sottolineato Mastrapasqua, che potrebbe ulteriormente migliorare, superando in sede di approvazione di bilancio consuntivo 2009, l'anno prossimo, i 6 miliardi di utile e 10 di avanzo finanziario.
La riorganizzazione dell'Istituto e la lotta all'evasione contributiva - ha spiegato Mastrapasqua - porterà nel 2009 il recupero di 7-8 miliardi, mentre la sanatoria per le badanti e le colf, se si confermeranno le previsioni di almeno 500mila regolarizzazioni, potrebbe significare a regime 700 milioni di euro in più di contributi e quindi 350 già per quest'anno.

Procede inoltre l'operazione di controllo sulle pensioni di invalidità, con 200mila verifiche straordinarie attese a fine anno e una quota di pensioni revocate tra il 12 e il 13% del totale (circa 25mila in meno a fine anno). Insomma, l'Istituto di previdenza scoppia di salute.
E il buon risultato di quest'anno non è un fatto isolato. Nel 2008, infatti, l'Inps aveva chiuso il conto economico con un utile di 6,8 miliardi di euro. Un risultato analogo a quello del 2007. Il patrimonio netto è positivo per oltre 45 miliardi di euro. E l'Istituto, secondo le dichiarazioni di Mastrapasqua, vanta crediti rilevanti (con un contenzioso piuttosto ampio). Il passaggio al sistema contributivo, la successiva riforma dello scalone (in scalini), e l'apporto degli immigrati hanno messo in sicurezza i conti dell'Inps. La generazione del baby boom andrà in pensione con un assegno pubblico proporzionato ai contributi effettivamente versati. E, per chi ce l'ha, con un assegno della previdenza complementare nella quale ha traslocato il Tfr. Dunque, gli allarmi sulla spesa pensionistica tesi a creare il clima per un intervento restrittivo sui coefficienti di trasformazione, alla luce di questi risultati, appaiono per quello che sono: palesemente infondati.

                                                                                                                                  Francesco Gagliardi

Da LA REPUBBLICA del 7/9/09 

Gli industriali sanno che rischierebbero il conflitto con la Cgil in caso di rigida applicazione del nuovo modello

L'armistizio deve superare la prova dei rinnovi, ma adesso c'é un interesse comune

 Entrano nel vivo le vertenze di metalmeccanici  e statali. Il paradosso dell'indice dei prezzi

E sui contratti c'è aria di compromesso ora nessuno vuole la guerriglia sindacale

ROBERTO MANIA

ROMA — L'"armistizio di Cernobbio" dovrà superare la prova dei contratti, altrimenti sarà stato scritto sulla sabbia. Cautela, dunque, perché già un anno fa Emma Marcegaglia e Guglielmo Epifani sorseggiarono insieme un caffè sulle rive del lago di Corno promettendosi collaborazione e soprattutto che mai avrebbero firmato accordi separati sul modello contrattuale. Poi le cose—si sa — andarono diversamente: Confindustria, Cisl, Uil e governo da una parte; Cgil dall'altra. Senza quello strappo non si spiegherebbe l'iniziativa di ieri della Marcegaglia che, dopo mesi di freddezza, ha voluto riannodare il dialogo con Epifani. Tutto informale, certo, ma non deve sfuggire il fatto che la Marcegaglia fosse accompagnata da due uomini-chiave nella vicenda strettamente sindacale: il vicepresidente Alberto Bombassei, patron della Brembo, che ha la delega per le relazioni industriali, e il direttore generale di Viale dell'Astronomia, Giampaolo Galli, il quale anche per la sua competenza economica (bocconiano, già Banca d'Italia e chief economist proprio della Confindustria) ha una funzione strategica nei rapporti con l'esecutivo e le controparti sociali. Lo schieramento di Cernobbio già dice delle intenzioni della Marcegaglia.

  D'altra parte non si può ipotizzare un «patto sociale» per gestire la crisi e progettare l'Italia del dopo-recessione, come ha proposto la Marcegaglia, mettendo in conto una sorta di guerriglia sindacale sui tavoli dei rinnovi contrattuali. Perché una rigida applicazione del nuovo modello taglierebbe sempre fuori la Cgil, che, a quel punto, non avrebbe alternative al conflitto. Scenario che, in piena crisi, gli industriali non hanno alcuna voglia di provare. Ma la stessa Cgil vuole continuare a fare i contratti, tanto più che si avvicina (in primavera) il suo congresso, l'ultimo di Epifani.

La Confindustria ha votato compatta l'accordo separato, ma la gravità della crisi sta portando molte categorie a fare pressing sui vertici di Viale dell'Astronomia perché trovino una via d'uscita. E' significativo ciò che è accaduto prima della pausa estiva al tavolo per il rinnovo del contratto dei circa 400 mila alimentaristi: le multinazionali del settore erano a un passo dall'accordo con la Flai-Cgil al quale difficilmente avrebbero potuto dire no le altre due sigle. L'intervento della Cisl e della Uil, della stessa Confindustria, e — a quanto pare — del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, però ha fatto saltare tutto.

  Bisognerà vedere come riprenderanno le trattative, ma intanto, da questa settimana, entra nel vivo anche la vertenza-simbolo, quella dei metalmeccanici. Poi ci sono i contratti dei dipendenti pubblici. In questo caso è il governo che, nella Finanziaria, deve stanziare le risorse necessarie. Le prime stime parlano di 7 miliardi di euro. Decisamente troppo in questo momento. In più sul fronte governativo affiorano alcune crepe. L'indice Ipca, cioè l'indice dei prezzi al consumo armonizzato a livello europeo, che ha sostituito l'inflazione programmata per definire gli aumenti contrattuali, non piace al titolare della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che lo ha fatto capire, e nemmeno al responsabile dell'Economia, Giulio Tremonti, che lo dice nelle conversazioni private. Il paradosso — secondo la Cgil— è che l'indice Ipca, in una congiuntura di inflazione calante, finisce per dare aumenti più consistenti della stessa inflazione reale. Serve pragmatismo.

Corso d'Italia, allora, pensa addirittura a «accordi-ponte» per chiudere rapidamente questa stagione e concentrarsi sulla crisi economica. Ma nessuno dei firmatari della riforma potrebbe seguirla. Però—ed è questa la strada che appare percorribile — nei singoli tavoli negoziali si potrebbero concordare soluzioni tecniche capaci di salvare la filosofia del nuovo modello contrattuale venendo il più possibile incontro alle richieste della Cgil (non indebolire il contratto nazionale, evitare deroghe allo stesso, estende-re la contrattazione decentrata). E' il sentiero stretto per passare dall'armistizio agli accordi.

 

 

 

RASSEGNA STAMPA
Età delle donne del pubblico impiego a 65 anni

 3/6/08  IL SOLE 24 ORE  PENSIONI, SI PARTE DALLE DONNE
 14/11/08  IL SOLE 24 ORE  NOTA DELL'UNIONE EUROPEA
 14/11/08  IL SOLE 24 ORE  INPDAP, PENSIONI "SESSISTE"
 14/1/09  LA REPUBBLICA  PENSIONI, IL GOVERNO STRINGE - INNALZARE L'ETA' PER LE DONNE
 14/1/09  LA STAMPA PRONTO IL DOCUMENTO ELABORATO DAI TECNICI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
 4/3/09  CORRIERE DELLA SERA  PENSIONI, IL GOVERNO ALL'UE: A 65 ANNI ANCHE LE DONNE
 4/3/09  IL SOLE 24 ORE  STATALI, DONNE IN PENSIONE A 65 ANNI
 5/3/09  IL SOLE 24 ORE  PENSIONI, L'ALTOLA' DEI SINDACATI
 8/3/09  LA REPUBBLICA PENSIONI, L'EUROPA AVVERTE L'ITALIA - SPESA ALTA. RITOCCATE L'ETA'  DELLA PENSIONE
 9/3/09  LA REPUBBLICA LA RIFORMA ESTESA A TUTTE LE DONNE - IL GOVERNO RIPENSA, POI LA STRALCIA
 3/8/09  IL MESSAGGERO PER LE LAVORATRICI PUBBLICHE OLTRE 30 MILA PENSIONI IN MENO
       

Il Sole 24 Ore - 3 giugno 2008

PENSIONI, SI PARTE DALLE DONNE


di Davide Colombo

Se non si riequilibra la spesa sociale, il 60% della quale è assorbita dalle pensioni, l`Italia resta «un Paese per vecchi». Per questo, dice il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ai microfoni di Radio Uno, occorre tenere sotto controllo la spesa previdenziale e prevedere, allo stesso tempo, «uno spostamento di risorse a sostegno della natalità, la cura dell`infanzia e per dare alle donne la possibilità di conciliare lavoro e famiglia».

 Le riflessioni del ministro seguono di un giorno appena i rilievi del governatore della Banca d`Italia sull`età di pensionamento troppo bassa degli italiani. E, forse, in quelle sottolineature sul lavoro femminile si può trovare una possibile risposta all`esigenza, posta dallo stesso Mario Draghi di «forme più flessibili per ampliare i margini di scelta dell`età di pensionamento in regime contributivo».

 L`età di pensionamento più bassa e rigida prevista dalle norme in vigore resta quella per la vecchiaia delle donne (60 anni contro i 65 degli uomini). E il suo allineamento, oltre a superare quella che la Corte di Giustizia europea considera come una discriminazione, ha il pregio di produrre risparmi significativi (900 milioni l`anno, da qui al 2013, in caso di graduale innalzamento dell`età a 62 anni). Per questo, dentro il Pdl, gli esperti di previdenza guardano alla vecchiaia delle donne come una possibile via per restituire flessibilità al sistema e liberare risorse per altre forme di spesa sociale.

 L`idea del graduale innalzamento dell`età di vecchiaia delle donne era già stata caldeggiata dall`ex ministro Emma Bonino ed ora ritorna nel disegno di legge che presto verrà presentato dal vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola. In continuità con la riforma Damiano, si propone il passaggio a 61 anni dal 1° luglio 2009 per passare a 62 anni diciotto mesi dopo. Ma l`obiettivo di fondo del Ddl, spiega Cazzola, è arrivare al «pensionamento unificato e flessibile a cui ha fatto riferimento Draghi». Una nuova prestazione unificata, a partire dal 2014 (anno in cui terminerà la fase transitoria), che dovrebbe prevedere, per uomini e donne, una fascia di opzioni compresa tra 62 e 67 anni collegati ad un`adeguata griglia di coefficienti di trasformazione, revisionati ogni 3 anni. «In questa prospettiva - dice ancora Cazzola - sono anche favorevole all`abolizione definitiva del divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro. Ma solo a partire dal 1° luglio 2009, quando il sistema delle quote introdotto da Damiano stabilizza da 59 anni in su l`età di pensionamento e non si corre più il rischio di un invito al ritiro anticipato».

Contrario al superamento del divieto di cumulo è invece Stefano Fassina, consulente economico del governo ombra del Pd: «Fatto in questa fase, in cui ci sono ancora pensioni retributive, si finisce col premiare chi già beneficerà di una pensione più elevata con in più un aggravio di spesa». La proposta di Fassina, che pure si dice a favore di un graduale innalzamento del requisito per la vecchiaia delle donne («a patto che le risorse risparmiate vengano davvero spese per gli asili nido e gli incentivi all`occupazione femminile») è invece un`altra: detrazioni graduali per rafforzare il potere d`acquisto di pensionati over 65. Era già stata presentata in campagna elettorale: sgravi fino a un tetto massimo di 55mila euro con particolare attenzione ai pensionati di più lungo corso, quelli che hanno subito di più l`inflazione degli ultimi anni. La proposta prevede minori entrate per 2,5 miliardi l`anno.

   

 Parità integrale

Corte Ue, causa C-46/07

L'articolo 141 Ce vieta qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra lavoratori dì sesso maschile e lavoratori di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza. La fissazione di un requisito di età che varia secondo il sesso per la concessione di una pensione che costituisce una retribuzione ai sensi dell'articolo 141 Ce è in contrasto con questa disposizione (...) Come sostiene la Commissione, senza essere contraddetta al riguardo dalla Repubblica Italiana, il regime pensionistico gestito dall'Inpdap prevede una condizione di età diversa a seconda del sesso per la concessione della pensione versata in forza di tale regime. L'argomento della Repubblica italiana secondo cui la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione dieta diversa a seconda del sesso è giustificata dall'obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne non può essere accolto. Anche se l'articolo 141, n. 4, Ce autorizza gli Stati membri a mantenere o  adottare misure che prevedano vantaggi specifici, diretti a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali, alfine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e donne nella vita professionale, non se ne può dedurre che questa disposizione consente la fissazione di una tale condizione di età diversa a seconda del sesso. Infatti, i provvedimenti nazionali contemplati da tale disposizione debbono contribuire ad aiutare la donne a vivere la propria vita lavorativa su un piano di parità rispetto all'uomo (...) ponendo rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera professionale.

 

IL SOLE24ORE del 14/11/08

 Previdenza. La Corte di giustizia boccia i meccanismi di ritiro differenziato per uomini e donne del comparto pubblico

Inpdap, pensioni “sessiste”

Secondo la Ue non può esserci differenza di trattamento in base al genere

 
Maria Carla De Cesari
Maria Rosa Gheido

Per i dipendenti pubblici la diversa età per l'accesso alla pensione di vecchiaia - 60 anni per le donne e 65 per gli uomini - contrasta con uno dei principi del Trattato Ue, quello che vieta discriminazioni, basate sul sesso, nella retribuzione. La Corte di giustizia Ue, con la sentenza nella causa C-46/07 promossa da Bruxelles, chiede dunque all'Italia di rimuovere l'elemento discriminatorio, pena una nuova procedura di infrazione e una nuova condanna "in automatico", accompagnata questa volta da una sanzione economica.
La Corte di giustizia, con la sentenza di ieri, non indica soluzioni che tengano conto della sostenibilità finanziaria (con l'innalzamento del requisito anagrafico). La decisione spetta al legislatore nazionale. E ieri, alla notizia della sentenza, si è riproposto il fronte dei favorevoli e dei contrari all'aumento dell'età pensionabile per le donne. Gli uni (Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova, Pdl) sostengono che non ha alcun senso, per le donne, uno sconto alla fine della vita lavorativa; gli altri (Morena Piccinini, Cgil, e Barbara Saltamartini, An) ritengono che la norma "condannata" agevoli le donne e attribuisca loro più opportunità (anche quella di continuare a lavorare fino a 65 anni).

La sentenza
La pronuncia della Corte di giustizia si riferisce solo alle pensioni dei dipendenti pubblici gestite dall'Inpdap. Sulla base di una giurisprudenza consolidata le pensioni dei dipendenti pubblici, una categoria particolare di lavoratori, sono qualificate come «retribuzione». Il trattamento infatti è caratterizzato da continuità per quanto riguarda il datore di lavoro, è «direttamente proporzionale agli anni di servizio prestati» e l'importo è calcolato in base all'ultima retribuzione. In questo modo, il trattamento è considerato «comparabile» a quello «che verserebbe un datore di lavoro privato ai suoi ex dipendenti». A nulla è valsa la precisazione del Governo italiano, che ha segnalato come, a seguito della riforma previdenziale, il trattamento - calcolato con il sistema retributivo - tiene conto della media delle retribuzioni percepite nell'ultimo decennio e dei relativi contributi. Secondo la Corte, infatti, rispetta il criterio di commisurazione allo stipendio anche una pensione il cui importo è calcolato sulla base del valore medio della retribuzione percepita durante un periodo limitato nel tempo e riferito agli anni immediatamente precedenti il pensionamento.
L'assegno Inpdap, dunque, è «retribuzione» secondo l'articolo 141 del Trattato, che definisce tale il «trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente (...) dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell'impiego di quest'ultimo». Gli Stati devono assicurare la pa-rità di retribuzione tra lavoratori, donne e uomini, «per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Si possono anche riconoscere - ricorda la Corte di giustizia - «vantaggi specifici», diretti ad agevolare l'esercizio di un'attività professionale o a evitare o compensare svantaggi nelle carriere. In questa prospettiva - consentita n. 4 dell'articolo 141 del Trattato - non rientra però la differenziazione dei requisiti anagrafici, che non incide sull'andamento della carriera» e sulle difficoltà che le donne possono incontrare durante la vita lavorativa.

 

 LA REPUBBLICA del 14/1/09

Pensioni, il governo stringe ' 'Innalzare l'età per le donne

di ROBERTO PETRINI

ROMA — II governo stringe i tempi per la riforma delle pensioni delle donne del pubblico impiego  -l'ipotesi è di innalzare a 62 anni l'età pensionabile — e una task force interministeriale è già al lavoro.

 Il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha infatti annunciato che sull'argomento si sta svolgendo un'istruttoria e che «a breve verrà proposta una serie di ipotesi». Ed ha aggiunto: «E' una cosa delicata, che desta preoccupazioni tra la gente, ma non vogliamo turbare i sonni di nessuno». Una rassicurazione che arriva dopo che il governo italiano ha confermato a Bruxelles l'intenzione di procedere in modo «graduale e flessibile». A circoscrivere la dimensione dell'intervento del resto ieri è stato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi il quale ha assicurato che l'aumento dell'età riguarderà solo le donne che lavorano nel pubblico e non nel privato. «Nel settore pubblico — ha spiegato Sacconi

— non ci sono infatti quelle preoccupazioni e quelle controindicazioni che invece ci sono nel settore privato, dove la donna non ha la sicurezza di un lavoro garantito e correrebbe quindi il rischio di dover a tutti i costi attendere l'età della pensione di vecchiaia in condizioni di disoccupazione».

Il governo getta acqua sul fuoco, ma l'intervento dei due ministri non è stato sufficiente a placare le preoccupazioni del sindacato. «Un intervento sull'età pensionabile in questo momento di crisi è un controsenso e, soprattutto, non è una priorità», ha detto Susanna Camusso (Cgil). Per la Proietti (Uil) ogni intervento sul l'età pensionabile delle donne «deve essere fatto esclusivamente su base volontaria». Antonio Uda della Cisl sostiene, invece, che l'aumento dell'età pensionabile delle donne «non è un tabù» ma deve essere «graduale e volontario».

 Il trattamento differenziato tra pubblico e privato non convince neppure nella maggioranza: a sollevare la questione è Giuliano Cazzola (Pdl): «L'Alta Corte di Giustizia ha posto solo il problema dell'età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego. Ma anche i cammini più lunghi cominciano sempre con un primo passo».

 

LA STAMPA del 14/1/09

PRONTO IL DOCUMENTO ELABORATO DAI TECNICI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Pensioni, due proposte da Brunetta

L'obiettivo è alzare a 65 anni l'età per le donne. Sacconi: "Solo nel pubblico impiego"

Sindacati sulle barricate  «Un intervento adesso è un controsenso Non è una priorità»


di ROBERTO GIOVANNINI

È quasi pronto il documento degli esperti cui il ministro Renato Brunetta ha chiesto di mettere a punto le soluzioni per alzare l'età pensionabile nel pubblico impiego. Ieri il titolare della Pubblica amministrazione ha spiegato che «a breve verranno proposte una serie di ipotesi», che è «una cosa delicata, che desta preoccupazioni tra la gente, ma non vogliamo turbare i sonni di nessuno». Ma nel testo elaborato dalla commissione guidata dal consigliere economico di Brunetta, Leonello Tronti, sostanzialmente ci sono soltanto due proposte. La prima prevede di stabilire una fascia tra 62 anni e 67 anni di età (un po' come stabilisce la riforma Dini per il pensionamento di vecchiaia con il metodo contributivo) uguale per uomini e donne dipendenti pubblici. Arrivati a 62 anni si potrà scegliere se andare subito in pensione con un assegno previdenziale più magro o «resistere» e incassare una pensione più consistente. La seconda, meno creativa, consiste nel graduale passaggio dell'età minima obbligatoria soltanto per le donne (senza alcuna flessibilità o volontarietà) da 60 a 65 anni, come gli uomini. Si parte con uno scatto immediato a quota

62, poi si procederebbe con l'aumento di un anno (verso, 63, 64 fino all'obiettivo dei 65 armi) con una certa gradualità da definire. Potrebbe essere un anno ogni 18 o 24 mesi.

La seconda ipotesi sembra quella destinata a prevalere; se non altro perché la prima - sostenuta dal deputato Pdl Giuliano Cazzola - rappresenterebbe un primo passo nel pubblico impiego da recepire presto o tardi anche per la previdenza del lavoro privato. E dunque, pare destinata a incontrare maggiori resistenze da parte del fronte sindacale. Pronte che ieri ha cominciato a muoversi e agitarsi, dopo aver scoperto che il governo italiano ha ufficialmente risposto all'Unione Europea che l'Italia si adeguerà alla sentenza della Corte di Giustizia. Tra l'altro, va detto che finora - smentendo prassi e consuetudini consolidate - il ministro Brunetta ha accuratamen-te evitato di consultare ufficialmente le confederazioni sindacali sul tema. Qualche preoccupazione ce l'ha anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, non coinvolto neppure lui come vorrebbe dal collega di governo e di fede politica. Per adesso Sacconi ripete che l'operazione riguarderà soltanto il pubblico impiego e non il lavoro privato.

  Come detto, nel sindacato sale la preoccupazione. «Un intervento sull'età pensionabile in questo momento di crisi è un controsenso e, soprattutto, non è una priorità», afferma il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso. Per la Uil ogni intervento sull'età pensionabile delle donne «deve essere fatto esclusivamente su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini», sostiene il segretario confederale, Domenico Proietti.

L'aumento dell'età pensionabile delle donne «non è un tabù» ma un argomento che il sindacato è disposto a discutere purché sia «graduale e volontario», afferma invece il segretario generale dei pensionati della Cisl, Antonio Uda, secondo il quale «il sindacato non può eludere compresa, nonostante sembri al momento impegnata in una «opposizione ideologica al Governo». Il segretario della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, chiede di non «dover subire un'ennesima scelta dirigista. Se così fosse - annuncia -la risposta della Fp-Cgil verrà data in piazza». «Il governo si avvalga del contributo del sindacato per rispondere alla Uè in merito all'aumento della età pensionabile delle donne nella pubblica amministrazione», afferma il segretario confederale dell'Ugl Marina Porro, che chiede «confronto e volontarietà».

  Sul versante opposto c'è proprio Giuliano Cazzola, che fa capire che dopo il pubblico arriverà il privato: «L'Alta Corte di Giustizia ha posto solo il problema dell'età pensionabile delle la-voratrici del pubblico impiego -afferma il vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera - ma anche i cammini più lunghi cominciano sempre con un primo passo. La questione delle pensioni dovrà riaprirsi presto quando ci accorgeremo che la controriforma del 2007 è in larga misura sprovvista di copertura finanziaria».

 

 

Dal CORRIERE DELLA SERA del 4/3/09

Pensioni, il governo all'Ue: a 65 anni anche le donne

Novità solo per gli statali, a regime dal 2018. La Cgil: inaccettabile

Linda Lanzillotta (Pd): «Riforma anche per dare un segnale ai mercati». E ammette il ritorno allo «scalone»

di Roberto Bagnoli

ROMA — Le donne della pubblica amministrazione dovranno andare in pensione come gli uomini, cioè a 65 anni, ma gradualmente. Già dal primo gennaio del 2010 scatterà un anno in più dagli attuali 60 e così sarà ogni 24 mesi fino al 2018 quando l'età sarà equiparata. E questo il meccanismo che il governo intende adottare per adeguarsi alla sentenza della Corte europea di giustizia che in novembre ha chiesto all'Italia di abolire le differenze di trattamento per la pensione di vecchiaia. Attualmente anche le donne possono lavorare sino a 65 anni ma solo su base volontaria, dal 2018 perderanno questa facoltà. Domani la proposta dovrebbe essere inviata a Bruxelles per un parere preventivo e poi, se arriverà l'ok, se ne occuperà il consiglio dei ministri.

  Sono diversi giorni che sul tema circolano indiscrezioni (la bozza è sul sito della Funzione pubblica da una settimana, ndr) ma ieri si è appreso che la senatrice Cinzia Bonfrisco del Pdl oggi depositerà un emendamento in questo senso alla Commissione politiche Ue di Palazzo Madama dove si discute proprio di infrazioni comunitarie. La proposta ricalca grosso modo quella messa a punto dai tecnici del ministrò della Funzione pubblica Renato Brunetta che hanno calcolato risparmi di 2,3 miliardi nell'arco di otto anni che potrebbero più che raddoppiare se l'equiparazione verrà estesa anche ai privati come sostiene il deputato pdl ed esperto previdenziale Giuliano Cazzola.

 La notizia è stata come una scintilla nel teso clima politico dopo l'idea lanciata dal neo segretario Pd Dario Franceschini di introdurre un assegno di disoccupazione "universale" di cui ieri ha fornito il costo di copertura finanziaria in 4 miliardi di euro. Se sul tema equiparazione uomo-donna ha preso tempo - «non commento le bozze e comunque deve andare alle donne quel che si toglie alle donne» - il leader dei democratici ha sfidato il premier Silvio Berlusconi a presentarsi in Parlamento e a dire «chiaramente un sì o un no» su misure urgenti per i disoccupati.

 “Il bonus per chi perde il lavoro in questo periodo di crisi economica si salda con la necessità di una nuova riforma previdenziale” sostengono il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e lo stesso Enrico Letta. Una soluzione che Massimo D'Alema ha bocciato: «Questo è il momento meno adatto per introdurre contraddizioni nel popolo, il governo non può scaricare sui pensionati il problema disoccupati». Anche il sindacato frena con la Cgil che definisce «inaccettabile l'accanimento contro le donne» ma la riformista Pd Linda Lanzillotta rilancia e propone di «mettere mano alle pensioni per dare un segnale ai mercati» ammettendo che vedrebbe bene il ritorno allo scalone Maroni, raccogliendo così il plauso di Cazzola.

  Sui precari salta l'ipotesi di un decreto che ne blocchi la stabilizzazione. Secondo la Cgil sarebbero stati a rischio 400 mila statali, una cifra che Brunetta contesta annunciando che da lunedì partirà un monitoraggio ad hoc.

 

da IL SOLE24ORE del 4/3/09

Statali, donne in pensione a 65 anni

II Governo stringe sulla riforma: la delega in un emendamento alla Comunitaria 

di Davide Colombo

ROMA
Le nuove norme sull'età di pensionamento delle dipendenti statali potrebbero essere varate da uno dei prossimi Consigli dei ministri. In attesa del via libera della Commissione europea allo schema di modifica messo a punto dai tecnici del ministero del Lavoro in sede di coordinamento interministeriale la scorsa settimana, in Senato si apre ora la possibilità di conferire una delega al Governo ad intervenire in materia. Oggi la senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl) presenterà un emendamento al disegno di legge Comunitaria 2008 che approderà in Aula tra martedì e mercoledì prossimo. La senatrice ha anticipato che si prevede «un'ampia delega al Governo per mettere l'Italia al riparo da un processo di infrazione comunitaria e risolvere il problema nella direzione auspicata anche dall'opposizione». E domani sul testo, composto da un solo articolo dal titolo «elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti  pubbliche», è previsto il primo confronto per le vie informali con le autorità di Bruxelles.

  Per adeguare la normativa pensionistica Inpdap alla sentenza della Corte di Giustizia del Lussemburgo, il Governo prevede di introdurre cinque scalini (a partire dal 1° gennaio 2010) che elevano il requisito di vecchiaia da 60 a 65 anni. L'allineamento al limite di età maschile avverrà entro il 2018, con lo scatto di un anno ogni 24 mesi, quando potranno ritirarsi con la pensione di vecchiaia le dipendenti; che oggi hamo 56 anni. Nel percorso di adeguamento si terrà conto dei diritti acquisiti dalle lavoratrici fino allo scatto del nuovo scalino e verrebbe confermata la possibilità, nel periodò di transizione, di poter optare per il posticipo del ritiro a 65 anni.

L'aumento dell'età di vecchiaia per le statali comporterà un risparmio di spesa pensionistica che la Commissione di esperti voluta dal ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, stima in circa 2.377 milioni di euro nei sette anni previsti per la graduale armonizzazione. L'ipotesi messa a punto dagli esperti di Palazzo Vidoni si discosta di pochissimo da quella poi adottata (lo scalino scattava ogni 18 mesi anziché ogni 24) e i risparmi, al netto degli effetti fiscali, contributivi e comprendendo anche il calcolo della buonuscita, partono da 315 milioni nel 2010 per salire fino a 517 milioni nel 2012. Le minori spese resterebbero attorno a 220 milioni fino al 2016 quando, per effetto dei maggiori oneri cumulati sul trattamento di fine servizio, si tornerebbe alla neutralità (su queste cifre non si è ancora espressa la Ragioneria).

Secondo quanto riferiva ieri l'agenzia AdnKronos, Renato Brunetta e la collega Mara Carfagna (Pari Opportunità) vorrebbero utilizzare tutte queste risorse per dare vita al "piano della conciliazione", un insieme di misure di politica attiva per l'occupazione femminile. Nei prossimi giorni è previsto un confronto con i ministri Giulio Tremonti   e Maurizio Sacconi, ma secondo le anticipazioni il titolare di Via XX settembre sarebbe orientato a restituire solo parte delle risorse alle donne e comunque a non inserire un riferimento esplicito nella norma. Secondo l'ex ministro per la famiglia, Rosy Bindi (Pd), la misura che sta per varare il Governo «rischia di far pagare i costi della crisi alla parte più debole del mondo del lavoro e della società*, mentre per la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini «è paradossale pensare ad un aumento dell'età pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Prima di pensare ad una parificazione - ha sottolineato la sindacalista - sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall'occupazione, le retribuzioni e il lavoro». Una posizione condivisa dal capogruppo dell'Idv alla Carnera, Massimo Donadi: «se l'intenzione del Governo é solo quella di fare cassa sulla pelle delle donne é sbagliata».

 

                                 

da IL SOLE24ORE del 5/3/09

Pensioni, l'altolà dei sindacati

No di Cgil e Cisl all'aumento dell'età per le statali - Sacconi frena: nessuna decisione

di Davide Colombo

  ROMA
Con la Commissione europea sono in corso solo «contatti». Ma non c'è ancora un testo definito e la soluzione sarà comunque presa dal Consiglio dei ministri. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, frena sull'ipotesi di graduale allineamento del requisito di vecchiaia delle statali a quello dei colleghi uomini (a 65 anni entro il 2018) e rinvia la questione a un tavolo di confronto con le parti sociali non appena sarà chiaro «lo spazio di merito che ci consente la sentenza della Corte di giustizia».

  Una valutazione potrebbe arrivare già in giornata da Bruxelles, dov'è previsto il primo incontro informale tra i tecnici della direzione generale Affari sociali e i funzionari della rappresentanza italiana all'Ue. Al centro lo schema di armonizzazione graduale (un anno in più ogni 24 mesi) con la salvaguardia dei diritti acquisiti che ieri ha raccolto la bocciatura unanime dei sindacati. Per il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, «innalzare l'età pensionabile alle donne significa scaricare i costi della crisi due volte sui lavoratori e tre volte sulle donne lavoratrici», mentre per il leader della Cisl, Raffaele Buonanni, con questa scelta si torna indietro negli anni «introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private». La strada da battere per adeguare la normativa italiana alle richieste dell'Europa, sostengono i due sindacalisti, è quella della flessibilità, mentre da Uil e Ugl torna la richiesta di vincolare ogni scelta alla volontarietà delle donne.

Contrario ad imporre alle donne un'età pensionabile a 65 anni s'è detto anche il segretario del Pd, Dario Franceschini, a meno che «non sia una scelta volontaria». Strada che però «non sarebbe consentita», secondo Sacconi, non essendo prevista per gli uomini e dovendo essere «i requisiti uguali». Ieri il Pd ha presentato un emendamento al Ddl lavoro che prevede un assegno di disoccupazione per i precari a partire dal 2009. Il sostegno verrebbe riconosciuto «per tutti i rapporti di lavoro subordinato e i rapporti di collaborazione a progetto, aventi a oggetto una prestazione d'opera coordinata e continuativa». Iniziativa anche della Regione Lazio che ha approvato una legge per riconoscere un reddito di cittadinanza di circa 530 euro mensili per i disoccupati, gli inoccupati e i precari residenti con un reddito inferiore a settemila euro annui. Tornando alle pensioni delle statali, il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, nel respingere l'iniziativa del Governo è tornato a chiedere un rilancio della «lotta agli sprechi e all'evasione fiscale». A favore dell'armonizzazione si sono invece pronunciati i dirigenti della Pubblica amministrazione che aderiscono a Confedir: «Le donne vanno in pensione a 65 anni in tutta Europa ed è quindi naturale che ci si adegui», ha detto il segretario generale Stefano Biasioli aggiungendo però che l'aumento deve avvenire «gradualmente per permettere al sistema di adeguarsi, prevedendo maggiore flessibilità sul lavoro e i necessari supporti per permettere alle donne di gestire al meglio lavoro e famiglia».

 

 

Da LA REPUBBLICA del 8/3/2009

La bozza che andrà all'esame dell'Ecofin. L'Inps: nel 2008 avanzo da record con 11,2 miliardi

Pensioni, l'Europa avverte l'Italia "Spesa alta, ritoccate l'età per le donne"

di Alberto D'Argenio

BRUXELLES — La spesa pensionistica italiana cresce meno della media europea, ma anche attuando le riforme adottate «resta ancora tra le più elevate». Per garantire la sostenibilità di lungo periodo del sistema «potrebbero essere considerate misure addizionali, come un ulteriore aumento dell'età pensionabile, in particolare per le donne», che avrebbe anche il vantaggio di liberare risorse per aiutare i disoccupati. Lo ribadisce l'Unione europea nella bozza di raccomandazione destinata all'Italia che sarà approvata martedì dai ministri finanziari dei 27 (Ecofin).
Ma da Roma i sindacati tornano a bocciare la richiesta sulle pensioni delle donne, confortati dai dati positivi in arrivo dall'Inps.

Il testo che sarà approvato dall'Ecofìn di tatto recepisce senza modifiche le osservazioni sul bilancio italiano scritte dieci giorni fa dal commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia. Osservazioni che spiegano come l'innalzamento   dell'età  pensionabile per le donne «potrebbe permettere di redistribuire la spesa sociale così da mettere in campo un sistema di sostegno alla disoccupazione più inclusivo e uniforme». Provvedimento oggi quanto mai necessario per contenere gli effetti sociali della crisi economica che in Europa brucerà milioni di posti di lavoro.

  Rispondendo ad una domanda sui suggerimenti di Bruxelles, il premier Silvio Berlusconi ha detto: «Ci hanno chiesto questa cosa, adesso vediamo, stiamo dialogando». In effetti il contestato provvedimento allo studio del governo è stato imposto dalla Corte di giustiziane, che nella differenza dell'età pensionabile tra i due sessi vede una discriminazione. E portarla a 65 anni per tutti, aggiunge ora l'Ecofin, libererebbe risorse vitali per gestire la recessione.

  Ma l'idea proprio non piace ai sindacati. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha definito «penosa»   la   posizione   di Bruxelles sottolineando che «il vero problema italiano oggi è quello di aumentare le pensioni, non l'età pensionabile». Sulla stessa linea la Uil e la Cgii: per il segretario confederale Morena Piccinini «il bilancio previdenziale non è solo risanato, ma abbondantemente in attivo e dimostra quanto sia inaccettabile l'idea del governo di fare ancora tagli con l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne». Affermazione confortata dai dati diffusi ieri dall'Inps che nei 2008 ha registrato un avanzo finanziario boom.

  L'Istituto di previdenza — secondo quanto emerge dal rapporto annuale che sarà presentato il 18 marzo — ha raggiunto un attivo di 11.275 milioni di euro (+21,5% rispetto al 2007) grazie alla crescita delle entrate contributive (+5,3%) dovute al ritocco verso l'alto delle aliquote di lavoratori dipendenti e autonomi decisa a partire dal 2007. L'unico dato negativo è quello sugli invalidi civili, che nel 2008 sono aumentati di 150 mila unità (+6,4%). Ecco perché nei giorni scorsi l'Inps ha lanciato un piano straordinario di accertamenti su queste invalidità (invalidi civili, ciechi e sordomuti) e sui requisiti di reddito necessari per ottenere i benefici.

 

 

Da LA REPUBBLICA del 9/3/09

Tre paginette sparite dalla relazione della commissione Brunetta con l'età elevata anche nel settore privato

"La riforma estesa a tutte le donne" 
Il governo ripensa, poi la stralcia

di ROBERTO MANIA

ROMA—Dieci miliardi di euro di risparmi in sette anni. Tanto si otterrebbe con l'innalzamento dell'età pensionabile a 62 anni delle donne, sia di quelle occupate nel settore pubblico sia di quelle dipendenti nel privato. A fare le stime è stata la Commissione istituita nelle settimane scorse dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, con l'incarico di individuare la strada tecnica per adeguare la normativa italiana alla sentenza della Corte di giustizia europea che ha chiesto al nostro governo di parificare l'età per la pensione di vecchiaia di uomini e donne nel pubblico impiego, visto che i primi abbandonano il lavoro a 65 anni e le seconde a 60. Ma quelle stime, dettagliate anno per anno in tre paginette, sono scomparse dalla risposta italiana alle sollecitazioni europee. Nel sito del ministero della Funzione pubblica c'è la relazione dei tecnici, ma la parte sul settore privato è stata tolta. Forse una marcia indietro dettata dalla rigidità del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, assolutamente contrario a intervenire sulla previdenza in questa fase recessiva, ma anche dai ripensamenti (pare abbia commissionato un sondaggio tra gli italiani su questo tema) del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che alla fine di gennaio dal palcoscenico di Davos aveva invece parlato della necessità di completare la riforma pensionistica. E probabilmente ha pesato pure la Lega che sulle pensioni è tornata ad alzare le barricate.

  Di certo la Commissione ha fatto più di quanto chiedesse la Corte europea. Non è chiaro se su esplicita richiesta del ministro o per completezza dell'indagine. Brunetta, va detto, non ha mai partecipato a quelle riunioni, ma il fatto che ne abbia fatto parte il suo capo di gabinetto, Filippo Patroni Griffi, e ne abbia coordinato i lavori il suo consigliere economico, Leonello Tronti, fa supporre che l'indicazione politica fosse ampia, senza l'esclusione a priori, insomma, di una proposta che sconfinasse nel settore privato. Anche se poi questo pezzo della relazione della Commissione (ne facevano parte anche il deputato del Pdl, Giuliano Cazzola, l'economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa e la ricercatrice dell'Isae Maria Cozzolino) è stata stralciata.

  Eppure di soldi non più destinati alla spesa pensionistica bensì a altre voci del welfare, proprio come è scritto nelle raccomandazioni all'Italia che domani dovrebbe approvare l'Ecofin a Bruxelles, ce ne sarebbero stari parecchi. Già nel 2011 sarebbe stato possibile utilizzare diversamente 1,4 miliardi di euro. «I dati — hanno scritto i tecnici nella relazione completa — evidenziano in modo netto che l'entità del risparmio di spesa pensionistica sarebbe, nel complesso assai rilevante e tale da generare un flusso di risorse consistente sin dal 2011. In particolare, il risparmio a regime, dal 2015in poi, sarebbe di più di 1,8 miliardi di euro l'anno». Suggerimento non accolto, però.

 

Da IL MESSAGGERO del 3/8/2009

GLI EFFETTI DEL DECRETO
Dall’anno prossimo scatta l'aumento dell'età pensionabile per le statali. L ricadute spalmate nei prossimi 8 anni

Per le lavoratrici pubbliche
oltre 30 mila pensioni in men
o

Risparmi per 2,4 miliardi fino al 2018, ma solo 120 milioni nel 2010


di LUCA   CIFONI

ROMA - Le prime "vittime" saranno 3.500: e questo il numero delle dipendenti pubbliche che nel 2010 dovranno rinviare la pensione per effetto delle nuove norme introdotte nel decreto anti-crisi, in ottemperanza alla sentenza della Corte di Giustizia europea. Le lavoratoci coinvolte saranno via via di più di anno in anno, fino ad arrivare a regime, nel 2018 a 8.500 l'anno. A quella data, l'Inpdap avrà erogato complessivamente 30.041 pensioni in meno, con una minore spesa cumulata di 2,4 miliardi.
La gradualità è la via scelta dal governo per portare l'età della vecchiaia delle dipendenti pubbliche da 60 a 65 anni.


L’incremento sarà di un anno ogni due fino al 2018. Il primo passo sarà fatto nel 2010, con l'asticella posta a quota 61, e coinvolgerà solo le donne che compiono 60 anni nel corso dell'anno e che non hanno abbastanza contributi per sfruttare l'altro canale di uscita, la pensione di anzianità; quelle che avranno già tagliato il traguardo dei 60 entro il 31 dicembre di quest'anno potranno invece continuare a sfruttare le vecchie regole e dunque lasciare il servizio quando vogliono: in realtà molte di loro continue­ranno a lavorare avendo fatto domanda in tal senso come consente loro la legge.

Avranno invece una brutta sorpresa altre lavoratrici,  quelle che hanno lasciato il servizio prima dei 60 anni, per motivi personali, e magari hanno continuato a versare contributi volontari in attesa dell'età della vecchiaia. Queste donne si vedranno spostare in avanti il traguardo. Ad esempio una dipendente che si sia dimessa lo scorso anno e che compia i 60 anni nel 2012, non potrà accedere alla pensione in quell'anno (perché il requisito sarà nel frattempo salito a 62) e dovrà attendere il 2015, quindi tre anni in più. La Camera ha approvato un ordine del giorno che chiede al governo di "salvare" queste persone, ma con il testo attuale della legge per loro non c'è niente da fare.

Con il passare degli anni crescerà anche il numero delle lavoratoci coinvolte dalla riforma (anche per il contemporaneo inasprimento dei requisiti per l'anzianità): a regime e cioè nel 2018 saranno circa 8.500, per un importo medio di pensione stimalo in 17.000 euro l'anno. Intanto però si sarà cumulato un numero di pensioni rinviate pari a 30041, con una minore spesa cumulata di 2,4 miliardi. Risparmi che derivano dalla differenza tra i risparmi (minori erogazioni per pensione e buonuscita) e i costi (dati dalle maggiori retribuzioni pagate alle lavoratoci che restano). All'inizio però i risparmi sono esigui: 120 milioni nel 2010, 242 nel 2011. Queste risorse confluiranno in un apposito fondo per essere destinale secondo il decreto «alle politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla non autosufficienza».

 

     
da IL SOLE24ORE del 30/11/09

Dirigenti. Gli effetti previdenziali

La pensione può scendere di 1.500 euro

La valorizzazione del merito e l'incremento della quota variabile di stipendio a parità di spesa determina, soprattutto per l'arca della dirigenza, la necessità di ripartire diversamente il fondo tra la retribuzione di posizione e quella di risultato. Per i dirigenti va considerato che la retribuzione di risultato, a regime, dovrà costituire il 30% della retribuzione complessiva, e che almeno il 50% del trattamento accessorio dovrà essere costituito dalla retribuzione di risultato. Ma quali saranno gli effetti sulla pensione e sulla liquidazione dell'aumento della retribuzione di risultato a scapito di quella di posizione?

Se consideriamo che la retribuzione di posizione determina la quota A della pensione mentre quella di risultato la quota B, anche per i migliori dirigenti l'effetto riforma ridurrà sensibilmente il trattamento di quiescenza. A pagarne maggiormente le spese saranno i dirigenti prossimi al pensionamento, per i quali si applica il metodo di calcolo basato sul sistema retributivo. Una quota rilevante (circa il 45%) della pensione deriva dalle voci retributive che fanno parte della quota A di pensione in godimento alla data della cessazione del rapporto di lavoro. Ma se la retribuzione di posizione si riduce a favore di quella di risultato, di conseguenza anche la retribuzione fissa e continuativa a base del calcolo della pensione si contrae in modo proporzionale. Di converso, il corrispondente aumento della retribuzione di risultato, che determina la quota B di pensione, non compensa la riduzione.

La quota B di pensione è infatti calcolata sostanzialmente sulla retribuzione media complessiva (fissa e continuativa ed accessoria) dell'ultimo decennio. Retribuzione che in realtà non bisce incrementi, ma solo una diversa redistribuzione all'interno delle voci che la compongono. Ipotizzando il caso di un dirigente con 40 anni di anzianità contributiva collocato a riposo nel 2012, con retribuzione di posizione che passa da 90% a 50% delle risorse disponibili e retribuzione di risultato che passa da 10% al 50%, la differenza negativa sarà pari a circa il 25% della quota di pensione che deriva dalla retribuzione di posizione e risultato. Il che, tradotto in valori assoluti, si concretizza in un taglio anche di 1.000-1.500 euro al mese. Ancora più povero il trattamento di fine servizio calcolato sulla sola retribuzione utile, per i dirigenti costituita sostanzialmente dallo stipendio e dalla retribuzione di posizione con esclusione di quella di risultato. In questo caso la perdita secca è quantificabile in circa due volte la quota di retribuzione di posizione che si è trasformata in retribuzione di risultato.

Meno rilevante l'effetto delle novità sulle prestazioni previdenziali a favore dei dipendenti non dirigenti, in quanto la quota di trattamento accessorio rappresenta una percentuale solitamente non elevata del trattamento economico complessivo. Un'avvertenza, però, è necessaria: sarà difficile, con le nuove regole, garantire la "consuetudine" che vedeva riconoscere al lavoratore prossimo al pensionamento uno "scatto" di progressione orizzontale.