Da ITALIA OGGI del17/9/09
Circolare con i chiarimenti sullo svecchiamento del
personale nelle pubbliche amministrazioni
A riposo con 40 di contribuzione
Per la risoluzione anticipata non conta
il servizio prestato
DI DANIELE CIRIOLI
Torna il requisito contributivo di 40 anni per lo
svecchiamento del personale pubblico. Ma restano efficaci i licenziamenti e i
preavvisi ordinati in base al vecchio requisito dei 40 anni di servizio. A
stabilirlo è la circolare n. 4 firmata ieri dal ministro per la pubblica
amministrazione, Renato Brunetta, che illustra le nuove regole sulla risoluzione
unilaterale del rapporto di lavoro nelle p.a. Nuove regole che prevedono ora un
intervento limitato nel tempo (dal 2009 al 2011) e l'applicazione ai dirigenti
mentre esclude, oltre a magistrati e professori universitari, anche i dirigenti
medici.
Una novità in tre step.
I chiarimenti riguardano la risoluzione unilaterale del contratto di lavoro dei
dipendenti pubblici. Una novità introdotta dal dl n. 112/2008 e successivamente
modificata in due occasioni, l'ultima con la legge n. 102/2009. In un primo
momento (dal 25 giugno 2008 al 19 marzo 2009), la disciplina prevedeva che la p.a.
potesse unilateralmente mettere a riposo dipendenti (cioè licenziarli) una
volta raggiunti i 40 anni di anzianità contributiva. Poi è intervenuta la
legge n. 15/2009 (dal 20 marzo al 4 agosto 2009) che ha sostituito il requisito
contributivo con quello di anzianità di servizio e la risoluzione unilaterale
poteva avvenire quando il dipendente raggiungeva i 40 anni di effettivo lavoro.
Infine la legge n. 15/2009 ha ristabilito il vecchio requisito di contribuzione:
dal 5 agosto, dunque, opera nuova mente la vecchia regola per cui una p.a. può
mettere a riposo il dipendente che raggiunge 40 anni di contribuzione a
prescindere dal numero di anni di servizio svolto (per esempio, nel requisito si
calcolano i contributi figurativi per riscatto della laurea che non hanno
riscontro con un'effettiva attività di servizio).
I lavoratori
interessati.
Oltre il ritorno al requisito contributivo, la legge n. 102/2009 ha modificato
la disciplina anche con riferimento ai lavoratori interessati e al momento in
cui la facoltà può essere esercitata, e ne ha limitato l'operatività a un
triennio (2009/2011). Relativamente ai lavoratori interessati, la nuova
disciplina esclude i dirigenti medici responsabili di struttura complessa (che
si aggiungono ai magistrati e professori universitari, e specifica che si
applica anche nei confronti del personale dirigenziale.
Il momento di licenziamento.
In base alle
nuove regole la facoltà di risoluzione può essere esercitata «a
decorrere dal compimento dell'anzianità massima contributiva di 40 anni».
Secondo la circolare, questo vuoi significare che il compimento dei 40 anni di
anzianità contributiva rappresenta il momento iniziale a partire dal quale la
risoluzione può interveni re. In altre parole, la sua efficacia può decorrere
dal giorno seguente a quello del compimento dei 40 anni di contributi, fermo
restando che la p.a. deve aver comunicato per tempo, e cioè sei mesi prima, il
preavviso al dipendente interessato.
Solo per tre anni.
La facoltà di risoluzione unilaterale opera limitatamente al triennio
2009/2011. Ciò significa, spiega la circolare, che la facoltà può essere
esercitata sino al 31 dicembre 2011 e nei confronti di quei dipendenti che
abbiano maturato il requisito (40 anni di contributi) entro tale data.
Diritto intertemporale.
Il susseguirsi delle diverse discipline, specie con riferimento al requisito
per la risoluzione (prima 40 anni di contributi, poi di servizio e ora
nuovamente di contributi) non da vita a conseguenze sul piano operativo. Spiega
la circolare, in fatti, che la legge n. 102/2009 ha confermato l'efficacia degli
atti (tutti gli atti) compiuti in base alle vecchie norme. Tradotto in pratica,
ciò significa che devono considerarsi valide ed efficaci sia le risoluzioni già
intervenute e sia i preavvisi rilasciati in base alle vecchie disposizioni,
anche nel caso in cui il termine finale dei 6 mesi sia caduto o venga a cadere
dopo il 5 agosto (entrata in vigore della nuova disciplina).
Ovviamente, questo resta valido soltanto nelle ipotesi in cui la p.a. non abbia
nel frattempo revocato il preavviso o abbia mantenuto in servizio il dipendente
dopo la scadenza del preavviso (comportamento che equivale a revoca implicita
del preavviso).

Da CONQUISTE DEL LAVORO (quotidiano sindacale
della CISL) del 8/9/09
INPS, VOLANO
I CONTI
CROLLANO
LE ANZIANITA’
L'Istituto dovrebbe chiudere il bilancio
2009 con un utile netto di oltre 6 miliardi di euro, bissando i
risultati del 2008 e del 2007, e
con un patrimonio positivo di oltre 45miliardi. Intanto,
a prescindere
dall'entrata in vigore delle nuove norme, cala del 57,5% il
numero delle domande di pensione di anzianità che passano da 160mila a 68mila.
Crollano le domande di pensione di
anzianità, volano i conti dell'Inps e si ridimensionano gli allarmi sulla tenuta del sistema
previdenziale.
Sono
sempre meno, infatti,
i lavoratori che vanno a riposo prima dell'età di vecchiaia: nei primi sette
mesi del 2009, nonostante
l'apertura a luglio
di una delle due finestre dell'anno per la pensione di anzianità, gli assegni liquidati
dall'Inps sono
stati appena 68mila, a fronte dei I60mila registrati nello stesso
periodo del 2008,
con un calo del 57,5%.
Il dato è stato anticipato dal presidente dell'Istituto, Antonio Mastrapasqua, che
ha sottolineato come
la cifra sia "in linea
con le previsioni" che danno per quest'anno un calo consistente delle richieste
di
anzianità rispetto
al 2008. Da
luglio, infatti, sono cambiate le regole per l'accesso alla pensione di anzianità
(per i lavoratori dipendenti
ci vorranno 59 anni di età ma una quota pari a 95 tra età
anagrafica e anni di contributi),
ma ad uscire
quest'anno sono
ancora le persone che
avevano già maturato
i requisiti da almeno
sei mesi, quindi alla fine dell'anno scorso e con le vecchie regole (58 anni e
35 di contributi). L'apertura della finestra
ha rallentato il crollo
(a maggio il calo era del 67%) ma, nonostante l'inasprimento effettivo delle regole
si farà sentire solo
nei prossimi anni, la riduzione dei pensionamenti anticipati resta significativa.
Confermando, dunque,
che le riforme
realizzate finora hanno
raggiunto l'obiettivo
di garantire la tenuta del sistema. Un dato che trova ulteriore conferma nei conti
dell'Istituto di previdenza.
L'andamento
delle richieste di pensione assieme all'aumento dell'aliquota contributiva voluta
dal Governo Prodi,
la lotta al lavoro
nero e all'evasione contributiva e la regolarizzazione di colf
e badanti faranno
sì che l'Inps approvi
un bilancio 2009 con un utile consistente.
Secondo l'assestamento di bilancio approvato prima della
pausa estiva dal presidente, e all'esame del Consiglio di indirizzo e vigilanza
il prossimo 15 settembre, l'Inps dovrebbe chiudere l'anno con un risultato netto
di 5,9 miliardi. Un dato, ha sottolineato Mastrapasqua, che potrebbe
ulteriormente migliorare, superando in sede di approvazione di bilancio
consuntivo 2009, l'anno prossimo, i 6 miliardi di utile e 10 di avanzo
finanziario.
La riorganizzazione dell'Istituto e la lotta all'evasione contributiva - ha
spiegato Mastrapasqua - porterà nel 2009 il recupero di 7-8 miliardi, mentre la
sanatoria per le badanti e le colf, se si confermeranno le previsioni di almeno
500mila regolarizzazioni, potrebbe significare a regime 700 milioni di euro in
più di contributi e quindi 350 già per quest'anno.
Procede inoltre l'operazione di controllo sulle pensioni
di invalidità, con 200mila verifiche straordinarie attese a fine anno e una
quota di pensioni revocate tra il 12 e il 13% del totale (circa 25mila in meno a
fine anno). Insomma, l'Istituto di previdenza scoppia di salute.
E il buon risultato di quest'anno non è un fatto isolato. Nel 2008, infatti,
l'Inps aveva chiuso il conto economico con un utile di 6,8 miliardi di euro. Un
risultato analogo a quello del 2007. Il patrimonio netto è positivo per oltre
45 miliardi di euro. E l'Istituto, secondo le dichiarazioni di Mastrapasqua,
vanta crediti rilevanti (con un contenzioso piuttosto ampio). Il passaggio al
sistema contributivo, la successiva riforma dello scalone (in scalini), e
l'apporto degli immigrati hanno messo in sicurezza i conti dell'Inps. La
generazione del baby boom andrà in pensione con un assegno pubblico
proporzionato ai contributi effettivamente versati. E, per chi ce l'ha, con un
assegno della previdenza complementare nella quale ha traslocato il Tfr. Dunque,
gli allarmi sulla spesa pensionistica tesi a creare il clima per un intervento
restrittivo sui coefficienti di trasformazione, alla luce di questi risultati,
appaiono per quello che sono: palesemente infondati.
Francesco Gagliardi

Da LA REPUBBLICA del 7/9/09
Gli industriali sanno che rischierebbero
il conflitto con la Cgil in caso di rigida applicazione del nuovo modello
L'armistizio deve superare la prova dei rinnovi, ma
adesso c'é un interesse comune
Entrano nel vivo le vertenze di
metalmeccanici e statali. Il paradosso dell'indice dei prezzi
E sui contratti c'è aria di compromesso ora nessuno vuole la guerriglia
sindacale
ROBERTO MANIA
ROMA — L'"armistizio di Cernobbio" dovrà
superare la prova dei contratti, altrimenti sarà stato scritto sulla sabbia.
Cautela, dunque, perché già un anno fa Emma Marcegaglia e Guglielmo Epifani
sorseggiarono insieme un caffè sulle rive del lago di Corno promettendosi
collaborazione e soprattutto che mai avrebbero firmato accordi separati sul
modello contrattuale. Poi le cose—si sa — andarono diversamente:
Confindustria, Cisl, Uil e governo da una parte; Cgil dall'altra. Senza quello
strappo non si spiegherebbe l'iniziativa di ieri della Marcegaglia che, dopo
mesi di freddezza, ha voluto riannodare il dialogo con Epifani. Tutto informale,
certo, ma non deve sfuggire il fatto che la Marcegaglia fosse accompagnata da
due uomini-chiave nella vicenda strettamente sindacale: il vicepresidente
Alberto Bombassei, patron della Brembo, che ha la delega per le relazioni
industriali, e il direttore generale di Viale dell'Astronomia, Giampaolo Galli,
il quale anche per la sua competenza economica (bocconiano, già Banca d'Italia
e chief economist proprio della Confindustria) ha una funzione strategica nei
rapporti con l'esecutivo e le controparti sociali. Lo schieramento di Cernobbio
già dice delle intenzioni della Marcegaglia.
D'altra
parte non si può ipotizzare un «patto sociale» per gestire la crisi e
progettare l'Italia del dopo-recessione, come ha proposto la Marcegaglia,
mettendo in conto una sorta di guerriglia sindacale sui tavoli dei rinnovi
contrattuali. Perché una rigida applicazione del nuovo modello taglierebbe
sempre fuori la Cgil, che, a quel punto, non avrebbe alternative al conflitto.
Scenario che, in piena crisi, gli industriali non hanno alcuna voglia di
provare. Ma la stessa Cgil vuole continuare a fare i contratti, tanto più che
si avvicina (in primavera) il suo congresso, l'ultimo di Epifani.
La Confindustria ha votato compatta l'accordo separato,
ma la gravità della crisi sta portando molte categorie a fare pressing sui
vertici di Viale dell'Astronomia perché trovino una via d'uscita. E'
significativo ciò che è accaduto prima della pausa estiva al tavolo per il
rinnovo del contratto dei circa 400 mila alimentaristi: le multinazionali del
settore erano a un passo dall'accordo con la Flai-Cgil al quale difficilmente
avrebbero potuto dire no le altre due sigle. L'intervento della Cisl e della
Uil, della stessa Confindustria, e — a quanto pare — del ministro del
Lavoro, Maurizio Sacconi, però ha fatto saltare tutto.
Bisognerà
vedere come riprenderanno le trattative, ma intanto, da questa settimana, entra
nel vivo anche la vertenza-simbolo, quella dei metalmeccanici. Poi ci sono i
contratti dei dipendenti pubblici. In questo caso è il governo che, nella
Finanziaria, deve stanziare le risorse necessarie. Le prime stime parlano di 7
miliardi di euro. Decisamente troppo in questo momento. In più sul fronte
governativo affiorano alcune crepe. L'indice Ipca, cioè l'indice dei prezzi al
consumo armonizzato a livello europeo, che ha sostituito l'inflazione
programmata per definire gli aumenti contrattuali, non piace al titolare della
Funzione pubblica, Renato Brunetta, che lo ha fatto capire, e nemmeno al
responsabile dell'Economia, Giulio Tremonti, che lo dice nelle conversazioni
private. Il paradosso — secondo la Cgil— è che l'indice Ipca, in una
congiuntura di inflazione calante, finisce per dare aumenti più consistenti
della stessa inflazione reale. Serve pragmatismo.
Corso d'Italia, allora, pensa addirittura a «accordi-ponte»
per chiudere rapidamente questa stagione e concentrarsi sulla crisi economica.
Ma nessuno dei firmatari della riforma potrebbe seguirla. Però—ed è questa
la strada che appare percorribile — nei singoli tavoli negoziali si potrebbero
concordare soluzioni tecniche capaci di salvare la filosofia del nuovo modello
contrattuale venendo il più possibile incontro alle richieste della Cgil (non
indebolire il contratto nazionale, evitare deroghe allo stesso, estende-re la
contrattazione decentrata). E' il sentiero stretto per passare dall'armistizio
agli accordi.
RASSEGNA
STAMPA
Età delle donne del pubblico impiego a 65 anni
Il Sole 24 Ore - 3 giugno 2008
PENSIONI, SI PARTE DALLE DONNE
di Davide Colombo
Se non si riequilibra la spesa sociale, il
60% della quale è assorbita dalle pensioni, l`Italia resta «un Paese per
vecchi». Per questo, dice il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ai microfoni
di Radio Uno, occorre tenere sotto controllo la spesa previdenziale e prevedere,
allo stesso tempo, «uno spostamento di risorse a sostegno della natalità, la
cura dell`infanzia e per dare alle donne la possibilità di conciliare lavoro e
famiglia».
Le
riflessioni del ministro seguono di un giorno appena i rilievi del governatore
della Banca d`Italia sull`età di pensionamento troppo bassa degli italiani. E,
forse, in quelle sottolineature sul lavoro femminile si può trovare una
possibile risposta all`esigenza, posta dallo stesso Mario Draghi di «forme più
flessibili per ampliare i margini di scelta dell`età di pensionamento in regime
contributivo».
L`età
di pensionamento più bassa e rigida prevista dalle norme in vigore resta quella
per la vecchiaia delle donne (60 anni contro i 65 degli uomini). E il suo
allineamento, oltre a superare quella che
la Corte
di Giustizia europea considera come una discriminazione, ha il pregio di
produrre risparmi significativi (900 milioni l`anno, da qui al 2013, in caso di
graduale innalzamento dell`età a 62 anni). Per questo, dentro il Pdl, gli
esperti di previdenza guardano alla vecchiaia delle donne come una possibile via
per restituire flessibilità al sistema e liberare risorse per altre forme di
spesa sociale.
L`idea
del graduale innalzamento dell`età di vecchiaia delle donne era già stata
caldeggiata dall`ex ministro Emma Bonino ed ora ritorna nel disegno di legge che
presto verrà presentato dal vicepresidente della Commissione Lavoro della
Camera, Giuliano Cazzola. In continuità con la riforma Damiano, si propone il
passaggio a 61 anni dal 1° luglio 2009 per passare a 62 anni diciotto mesi
dopo. Ma l`obiettivo di fondo del Ddl, spiega Cazzola, è arrivare al «pensionamento
unificato e flessibile a cui ha fatto riferimento Draghi». Una nuova
prestazione unificata, a partire dal 2014 (anno in cui terminerà la fase
transitoria), che dovrebbe prevedere, per uomini e donne, una fascia di opzioni
compresa tra 62 e 67 anni collegati ad un`adeguata griglia di coefficienti di
trasformazione, revisionati ogni 3 anni. «In questa prospettiva - dice ancora
Cazzola - sono anche favorevole all`abolizione definitiva del divieto di cumulo
tra pensione e reddito da lavoro. Ma solo a partire dal 1° luglio 2009, quando
il sistema delle quote introdotto da Damiano stabilizza da 59 anni in su l`età
di pensionamento e non si corre più il rischio di un invito al ritiro
anticipato».
Contrario al superamento del divieto di
cumulo è invece Stefano Fassina, consulente economico del governo ombra del Pd:
«Fatto in questa fase, in cui ci sono ancora pensioni retributive, si finisce
col premiare chi già beneficerà di una pensione più elevata con in più un
aggravio di spesa». La proposta di Fassina, che pure si dice a favore di un
graduale innalzamento del requisito per la vecchiaia delle donne («a patto che
le risorse risparmiate vengano davvero spese per gli asili nido e gli incentivi
all`occupazione femminile») è invece un`altra: detrazioni graduali per
rafforzare il potere d`acquisto di pensionati over 65. Era già stata presentata
in campagna elettorale: sgravi fino a un tetto massimo di 55mila euro con
particolare attenzione ai pensionati di più lungo corso, quelli che hanno
subito di più l`inflazione degli ultimi anni. La proposta prevede minori
entrate per 2,5 miliardi l`anno.
Parità integrale
Corte Ue, causa C-46/07
L'articolo 141 Ce vieta qualsiasi discriminazione in
materia di retribuzione tra lavoratori dì sesso maschile e lavoratori di sesso
femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza. La
fissazione di un requisito di età che varia secondo il sesso per la concessione
di una pensione che costituisce una retribuzione ai sensi dell'articolo 141 Ce
è in contrasto con questa disposizione (...) Come sostiene la Commissione,
senza essere contraddetta al riguardo dalla Repubblica Italiana, il regime
pensionistico gestito dall'Inpdap prevede una condizione di età diversa a
seconda del sesso per la concessione della pensione versata in forza di tale
regime. L'argomento della Repubblica italiana secondo cui la fissazione, ai fini
del pensionamento, di una condizione dieta diversa a seconda del sesso è
giustificata dall'obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne non
può essere accolto. Anche se l'articolo 141, n. 4, Ce autorizza gli Stati
membri a mantenere o adottare misure
che prevedano vantaggi specifici, diretti a evitare o compensare svantaggi nelle
carriere professionali, alfine di assicurare una piena uguaglianza tra uomini e
donne nella vita professionale, non se ne può dedurre che questa disposizione
consente la fissazione di una tale condizione di età diversa a seconda del
sesso. Infatti, i provvedimenti nazionali contemplati da tale disposizione
debbono contribuire ad aiutare la donne a vivere la propria vita lavorativa su
un piano di parità rispetto all'uomo (...) ponendo rimedio ai problemi che esse
possono incontrare durante la loro carriera professionale.
IL SOLE24ORE
del 14/11/08
Previdenza. La Corte di giustizia boccia i meccanismi di ritiro differenziato
per uomini e donne del comparto pubblico
Inpdap, pensioni “sessiste”
Secondo la Ue non può esserci differenza di
trattamento in base al genere
Maria Carla De Cesari
Maria Rosa Gheido
Per i dipendenti
pubblici la diversa età per l'accesso alla pensione di vecchiaia - 60 anni per
le donne e 65 per gli uomini - contrasta con uno dei principi del Trattato Ue,
quello che vieta discriminazioni, basate sul sesso, nella retribuzione. La Corte
di giustizia Ue, con la sentenza nella causa C-46/07 promossa da Bruxelles,
chiede dunque all'Italia di rimuovere l'elemento discriminatorio, pena una nuova
procedura di infrazione e una nuova condanna "in automatico",
accompagnata questa volta da una sanzione economica.
La Corte di giustizia, con la sentenza di ieri, non indica soluzioni che tengano
conto della sostenibilità finanziaria (con l'innalzamento del requisito
anagrafico). La decisione spetta al legislatore nazionale. E ieri, alla notizia
della sentenza, si è riproposto il fronte dei favorevoli e dei contrari
all'aumento dell'età pensionabile per le donne. Gli uni (Giuliano Cazzola e
Benedetto Della Vedova, Pdl) sostengono che non ha alcun senso, per le donne,
uno sconto alla fine della vita lavorativa; gli altri (Morena Piccinini, Cgil, e
Barbara Saltamartini, An) ritengono che la norma "condannata" agevoli
le donne e attribuisca loro più opportunità (anche quella di continuare a
lavorare fino a 65 anni).
La sentenza
La pronuncia della Corte di
giustizia si riferisce solo alle pensioni dei dipendenti pubblici gestite
dall'Inpdap. Sulla base di una giurisprudenza consolidata le pensioni dei
dipendenti pubblici, una categoria particolare di lavoratori, sono qualificate
come «retribuzione». Il trattamento infatti è caratterizzato da continuità
per quanto riguarda il datore di lavoro, è «direttamente proporzionale agli
anni di servizio prestati» e l'importo è calcolato in base all'ultima
retribuzione. In questo modo, il trattamento è considerato «comparabile» a
quello «che verserebbe un datore di lavoro privato ai suoi ex dipendenti». A
nulla è valsa la precisazione del Governo italiano, che ha segnalato come, a
seguito della riforma previdenziale, il trattamento - calcolato con il sistema
retributivo - tiene conto della media delle retribuzioni percepite nell'ultimo
decennio e dei relativi contributi. Secondo la Corte, infatti, rispetta il
criterio di commisurazione allo stipendio anche una pensione il cui importo è
calcolato sulla base del valore medio della retribuzione percepita durante un
periodo limitato nel tempo e riferito agli anni immediatamente precedenti il
pensionamento.
L'assegno Inpdap, dunque, è «retribuzione» secondo l'articolo 141 del
Trattato, che definisce tale il «trattamento normale di base o minimo e tutti
gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente (...) dal datore di
lavoro al lavoratore in ragione dell'impiego di quest'ultimo». Gli Stati devono
assicurare la pa-rità di retribuzione tra lavoratori, donne e uomini, «per uno
stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Si possono anche riconoscere -
ricorda la Corte di giustizia - «vantaggi specifici», diretti ad agevolare
l'esercizio di un'attività professionale o a evitare o compensare svantaggi
nelle carriere. In questa prospettiva - consentita n. 4 dell'articolo 141 del
Trattato - non rientra però la differenziazione dei requisiti anagrafici, che
non incide sull'andamento della carriera» e sulle difficoltà che le donne
possono incontrare durante la vita lavorativa.
LA
REPUBBLICA del 14/1/09
Pensioni, il governo stringe ' 'Innalzare
l'età per le donne
di ROBERTO PETRINI
ROMA — II governo stringe i tempi per la riforma delle
pensioni delle donne del pubblico impiego -l'ipotesi
è di innalzare a 62 anni l'età pensionabile — e una task force
interministeriale è già al lavoro.
Il ministro
della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ha infatti annunciato che
sull'argomento si sta svolgendo un'istruttoria e che «a breve verrà proposta
una serie di ipotesi». Ed ha aggiunto: «E' una cosa delicata, che desta
preoccupazioni tra la gente, ma non vogliamo turbare i sonni di nessuno». Una
rassicurazione che arriva dopo che il governo italiano ha confermato a Bruxelles
l'intenzione di procedere in modo «graduale e flessibile». A circoscrivere la
dimensione dell'intervento del resto ieri è stato il ministro del Lavoro
Maurizio Sacconi il quale ha assicurato che l'aumento dell'età riguarderà solo
le donne che lavorano nel pubblico e non nel privato. «Nel settore pubblico —
ha spiegato Sacconi
— non ci sono infatti quelle preoccupazioni e quelle
controindicazioni che invece ci sono nel settore privato, dove la donna non ha
la sicurezza di un lavoro garantito e correrebbe quindi il rischio di dover a
tutti i costi attendere l'età della pensione di vecchiaia in condizioni di
disoccupazione».
Il governo getta acqua sul fuoco, ma l'intervento dei
due ministri non è stato sufficiente a placare le preoccupazioni del sindacato.
«Un intervento sull'età pensionabile in questo momento di crisi è un
controsenso e, soprattutto, non è una priorità», ha detto Susanna Camusso
(Cgil). Per la Proietti (Uil) ogni intervento sul l'età pensionabile delle
donne «deve essere fatto esclusivamente su base volontaria». Antonio Uda della
Cisl sostiene, invece, che l'aumento dell'età pensionabile delle donne «non è
un tabù» ma deve essere «graduale e volontario».
Il
trattamento differenziato tra pubblico e privato non convince neppure nella
maggioranza: a sollevare la questione è Giuliano Cazzola (Pdl): «L'Alta Corte
di Giustizia ha posto solo il problema dell'età pensionabile delle lavoratrici
del pubblico impiego. Ma anche i cammini più lunghi cominciano sempre con un
primo passo».
LA STAMPA del 14/1/09
PRONTO IL DOCUMENTO ELABORATO DAI TECNICI
DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Pensioni, due proposte da Brunetta
L'obiettivo è alzare a 65 anni l'età
per le donne. Sacconi: "Solo nel pubblico impiego"
Sindacati sulle barricate
«Un intervento adesso è un controsenso Non è una priorità»
di ROBERTO GIOVANNINI
È quasi pronto il documento degli esperti cui il
ministro Renato Brunetta ha chiesto di mettere a punto le soluzioni per alzare
l'età pensionabile nel pubblico impiego. Ieri il titolare della Pubblica
amministrazione ha spiegato che «a breve verranno proposte una serie di ipotesi»,
che è «una cosa delicata, che desta preoccupazioni tra la gente, ma non
vogliamo turbare i sonni di nessuno». Ma nel testo elaborato dalla commissione
guidata dal consigliere economico di Brunetta, Leonello Tronti, sostanzialmente
ci sono soltanto due proposte. La prima prevede di stabilire una fascia tra 62
anni e 67 anni di età (un po' come stabilisce la riforma Dini per il
pensionamento di vecchiaia con il metodo contributivo) uguale per uomini e donne
dipendenti pubblici. Arrivati a 62 anni si potrà scegliere se andare subito in
pensione con un assegno previdenziale più magro o «resistere» e incassare una
pensione più consistente. La seconda, meno creativa, consiste nel graduale
passaggio dell'età minima obbligatoria soltanto per le donne (senza alcuna
flessibilità o volontarietà) da 60 a 65 anni, come gli uomini. Si parte con
uno scatto immediato a quota
62, poi si procederebbe con l'aumento di un anno (verso,
63, 64 fino all'obiettivo dei 65 armi) con una certa gradualità da definire.
Potrebbe essere un anno ogni 18 o 24 mesi.
La seconda ipotesi sembra quella destinata a prevalere;
se non altro perché la prima - sostenuta dal deputato Pdl Giuliano Cazzola -
rappresenterebbe un primo passo nel pubblico impiego da recepire presto o tardi
anche per la previdenza del lavoro privato. E dunque, pare destinata a
incontrare maggiori resistenze da parte del fronte sindacale. Pronte che ieri ha
cominciato a muoversi e agitarsi, dopo aver scoperto che il governo italiano ha
ufficialmente risposto all'Unione Europea che l'Italia si adeguerà alla
sentenza della Corte di Giustizia. Tra l'altro, va detto che finora - smentendo
prassi e consuetudini consolidate - il ministro Brunetta ha accuratamen-te
evitato di consultare ufficialmente le confederazioni sindacali sul tema.
Qualche preoccupazione ce l'ha anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi,
non coinvolto neppure lui come vorrebbe dal collega di governo e di fede
politica. Per adesso Sacconi ripete che l'operazione riguarderà soltanto il
pubblico impiego e non il lavoro privato.
Come detto,
nel sindacato sale la preoccupazione. «Un intervento sull'età pensionabile in
questo momento di crisi è un controsenso e, soprattutto, non è una priorità»,
afferma il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso. Per la Uil ogni
intervento sull'età pensionabile delle donne «deve essere fatto esclusivamente
su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini», sostiene il
segretario confederale, Domenico Proietti.
L'aumento dell'età pensionabile delle donne «non è un
tabù» ma un argomento che il sindacato è disposto a discutere purché sia «graduale
e volontario», afferma invece il segretario generale dei pensionati della Cisl,
Antonio Uda, secondo il quale «il sindacato non può eludere compresa,
nonostante sembri al momento impegnata in una «opposizione ideologica al
Governo». Il segretario della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, chiede di
non «dover subire un'ennesima scelta dirigista. Se così fosse - annuncia -la
risposta della Fp-Cgil verrà data in piazza». «Il governo si avvalga del
contributo del sindacato per rispondere alla Uè in merito all'aumento della età
pensionabile delle donne nella pubblica amministrazione», afferma il segretario
confederale dell'Ugl Marina Porro, che chiede «confronto e volontarietà».
Sul
versante opposto c'è proprio Giuliano Cazzola, che fa capire che dopo il
pubblico arriverà il privato: «L'Alta Corte di Giustizia ha posto solo il
problema dell'età pensionabile delle la-voratrici del pubblico impiego -afferma
il vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera - ma anche i cammini più
lunghi cominciano sempre con un primo passo. La questione delle pensioni dovrà
riaprirsi presto quando ci accorgeremo che la controriforma del 2007 è in larga
misura sprovvista di copertura finanziaria».
Dal CORRIERE DELLA SERA del 4/3/09
Pensioni, il governo all'Ue: a 65 anni anche le donne
Novità solo per gli statali, a regime
dal 2018. La Cgil: inaccettabile
Linda Lanzillotta (Pd): «Riforma anche
per dare un segnale ai mercati». E ammette il ritorno allo «scalone»
di Roberto Bagnoli
ROMA — Le donne della pubblica amministrazione
dovranno andare in pensione come gli uomini, cioè a 65 anni, ma gradualmente.
Già dal primo gennaio del 2010 scatterà un anno in più dagli attuali 60 e così
sarà ogni 24 mesi fino al 2018 quando l'età sarà equiparata. E questo il
meccanismo che il governo intende adottare per adeguarsi alla sentenza della
Corte europea di giustizia che in novembre ha chiesto all'Italia di abolire le
differenze di trattamento per la pensione di vecchiaia. Attualmente anche le
donne possono lavorare sino a 65 anni ma solo su base volontaria, dal 2018
perderanno questa facoltà. Domani la proposta dovrebbe essere inviata a
Bruxelles per un parere preventivo e poi, se arriverà l'ok, se ne occuperà il
consiglio dei ministri.
Sono
diversi giorni che sul tema circolano indiscrezioni (la bozza è sul sito della
Funzione pubblica da una settimana, ndr) ma ieri si è appreso che la senatrice
Cinzia Bonfrisco del Pdl oggi depositerà un emendamento in questo senso alla
Commissione politiche Ue di Palazzo Madama dove si discute proprio di infrazioni
comunitarie. La proposta ricalca grosso modo quella messa a punto dai tecnici
del ministrò della Funzione pubblica Renato Brunetta che hanno calcolato
risparmi di 2,3 miliardi nell'arco di otto anni che potrebbero più che
raddoppiare se l'equiparazione verrà estesa anche ai privati come sostiene il
deputato pdl ed esperto previdenziale Giuliano Cazzola.
La notizia
è stata come una scintilla nel teso clima politico dopo l'idea lanciata dal neo
segretario Pd Dario Franceschini di introdurre un assegno di disoccupazione
"universale" di cui ieri ha fornito il costo di copertura finanziaria
in 4 miliardi di euro. Se sul tema equiparazione uomo-donna ha preso tempo - «non
commento le bozze e comunque deve andare alle donne quel che si toglie alle
donne» - il leader dei democratici ha sfidato il premier Silvio Berlusconi a
presentarsi in Parlamento e a dire «chiaramente un sì o un no» su misure
urgenti per i disoccupati.
“Il bonus
per chi perde il lavoro in questo periodo di crisi economica si salda con la
necessità di una nuova riforma previdenziale” sostengono il presidente della
Confindustria Emma Marcegaglia e lo stesso Enrico Letta. Una soluzione che
Massimo D'Alema ha bocciato: «Questo è il momento meno adatto per introdurre
contraddizioni nel popolo, il governo non può scaricare sui pensionati il
problema disoccupati». Anche il sindacato frena con la Cgil che definisce «inaccettabile
l'accanimento contro le donne» ma la riformista Pd Linda Lanzillotta rilancia e
propone di «mettere mano alle pensioni per dare un segnale ai mercati»
ammettendo che vedrebbe bene il ritorno allo scalone Maroni, raccogliendo così
il plauso di Cazzola.
Sui precari
salta l'ipotesi di un decreto che ne blocchi la stabilizzazione. Secondo la Cgil
sarebbero stati a rischio 400 mila statali, una cifra che Brunetta contesta
annunciando che da lunedì partirà un monitoraggio ad hoc.
da IL SOLE24ORE del 4/3/09
Statali, donne in pensione a 65 anni
II Governo stringe sulla riforma: la
delega in un emendamento alla Comunitaria
di Davide Colombo
ROMA
Le nuove norme sull'età di pensionamento delle dipendenti statali potrebbero
essere varate da uno dei prossimi Consigli dei ministri. In attesa del via
libera della Commissione europea allo schema di modifica messo a punto dai
tecnici del ministero del Lavoro in sede di coordinamento interministeriale la
scorsa settimana, in Senato si apre ora la possibilità di conferire una delega
al Governo ad intervenire in materia. Oggi la senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl)
presenterà un emendamento al disegno di legge Comunitaria 2008 che approderà
in Aula tra martedì e mercoledì prossimo. La senatrice ha anticipato che si
prevede «un'ampia delega al Governo per mettere l'Italia al riparo da un
processo di infrazione comunitaria e risolvere il problema nella direzione
auspicata anche dall'opposizione». E domani sul testo, composto da un solo
articolo dal titolo «elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti
pubbliche», è previsto il primo confronto per le vie informali con le
autorità di Bruxelles.
Per
adeguare la normativa pensionistica Inpdap alla sentenza della Corte di
Giustizia del Lussemburgo, il Governo prevede di introdurre cinque scalini (a
partire dal 1° gennaio 2010) che elevano il requisito di vecchiaia da 60 a 65
anni. L'allineamento al limite di età maschile avverrà entro il 2018, con lo
scatto di un anno ogni 24 mesi, quando potranno ritirarsi con la pensione di
vecchiaia le dipendenti; che oggi hamo 56 anni. Nel percorso di adeguamento si
terrà conto dei diritti acquisiti dalle lavoratrici fino allo scatto del nuovo
scalino e verrebbe confermata la possibilità, nel periodò di transizione, di
poter optare per il posticipo del ritiro a 65 anni.
L'aumento dell'età di vecchiaia per le statali
comporterà un risparmio di spesa pensionistica che la Commissione di esperti
voluta dal ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato
Brunetta, stima in circa 2.377 milioni di euro nei sette anni previsti per la
graduale armonizzazione. L'ipotesi messa a punto dagli esperti di Palazzo Vidoni
si discosta di pochissimo da quella poi adottata (lo scalino scattava ogni 18 mesi
anziché ogni 24) e i risparmi, al netto degli effetti fiscali, contributivi e
comprendendo anche il calcolo della buonuscita, partono da 315 milioni nel 2010
per salire fino a 517 milioni nel 2012. Le minori spese resterebbero attorno a
220 milioni fino al 2016 quando, per effetto dei maggiori oneri cumulati sul
trattamento di fine servizio, si tornerebbe alla neutralità (su queste cifre
non si è ancora espressa la Ragioneria).
Secondo quanto riferiva ieri l'agenzia AdnKronos, Renato
Brunetta e la collega Mara Carfagna (Pari Opportunità) vorrebbero utilizzare
tutte queste risorse per dare vita al "piano della conciliazione", un
insieme di misure di politica attiva per l'occupazione femminile. Nei prossimi
giorni è previsto un confronto con i ministri Giulio Tremonti
e Maurizio Sacconi, ma secondo le anticipazioni il titolare di Via XX
settembre sarebbe orientato a restituire solo parte delle risorse alle donne e
comunque a non inserire un riferimento esplicito nella norma. Secondo l'ex
ministro per la famiglia, Rosy Bindi (Pd), la misura che sta per varare il
Governo «rischia di far pagare i costi della crisi alla parte più debole del
mondo del lavoro e della società*, mentre per la segretaria confederale della
Cgil, Morena Piccinini «è paradossale pensare ad un aumento dell'età
pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo.
Prima di pensare ad una parificazione - ha sottolineato la sindacalista -
sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall'occupazione, le
retribuzioni e il lavoro». Una posizione condivisa dal capogruppo dell'Idv alla
Carnera, Massimo Donadi: «se l'intenzione del Governo é solo quella di fare
cassa sulla pelle delle donne é sbagliata».

da IL SOLE24ORE del 5/3/09
Pensioni, l'altolà dei sindacati
No di Cgil e Cisl all'aumento dell'età
per le statali - Sacconi frena: nessuna decisione
di Davide Colombo
ROMA
Con la Commissione europea sono in corso solo «contatti». Ma non c'è ancora
un testo definito e la soluzione sarà comunque presa dal Consiglio dei
ministri. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, frena sull'ipotesi di
graduale allineamento del requisito di vecchiaia delle statali a quello dei
colleghi uomini (a 65 anni entro il 2018) e rinvia la questione a un tavolo di
confronto con le parti sociali non appena sarà chiaro «lo spazio di merito che
ci consente la sentenza della Corte di giustizia».
Una valutazione potrebbe arrivare già in
giornata da Bruxelles, dov'è previsto il primo incontro informale tra i tecnici
della direzione generale Affari sociali e i funzionari della rappresentanza
italiana all'Ue. Al centro lo schema di armonizzazione graduale (un anno in più
ogni 24 mesi) con la salvaguardia dei diritti acquisiti che ieri ha raccolto la
bocciatura unanime dei sindacati. Per il segretario della Cgil, Guglielmo
Epifani, «innalzare l'età pensionabile alle donne significa scaricare i costi
della crisi due volte sui lavoratori e tre volte sulle donne lavoratrici»,
mentre per il leader della Cisl, Raffaele Buonanni, con questa scelta si torna
indietro negli anni «introducendo criteri di accesso differenziati alla
pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private».
La strada da battere per adeguare la normativa italiana alle richieste
dell'Europa, sostengono i due sindacalisti, è quella della flessibilità,
mentre da Uil e Ugl torna la richiesta di vincolare ogni scelta alla volontarietà
delle donne.
Contrario ad imporre alle donne un'età pensionabile a
65 anni s'è detto anche il segretario del Pd, Dario Franceschini, a meno che «non
sia una scelta volontaria». Strada che però «non sarebbe consentita»,
secondo Sacconi, non essendo prevista per gli uomini e dovendo essere «i
requisiti uguali». Ieri il Pd ha presentato un emendamento al Ddl lavoro che
prevede un assegno di disoccupazione per i precari a partire dal 2009. Il
sostegno verrebbe riconosciuto «per tutti i rapporti di lavoro subordinato e i
rapporti di collaborazione a progetto, aventi a oggetto una prestazione d'opera
coordinata e continuativa». Iniziativa anche della Regione Lazio che ha
approvato una legge per riconoscere un reddito di cittadinanza di circa 530 euro
mensili per i disoccupati, gli inoccupati e i precari residenti con un reddito
inferiore a settemila euro annui. Tornando alle pensioni delle statali, il
leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, nel respingere l'iniziativa
del Governo è tornato a chiedere un rilancio della «lotta agli sprechi e
all'evasione fiscale». A favore dell'armonizzazione si sono invece pronunciati
i dirigenti della Pubblica amministrazione che aderiscono a Confedir: «Le donne
vanno in pensione a 65 anni in tutta Europa ed è quindi naturale che ci si
adegui», ha detto il segretario generale Stefano Biasioli aggiungendo però che
l'aumento deve avvenire «gradualmente per permettere al sistema di adeguarsi,
prevedendo maggiore flessibilità sul lavoro e i necessari supporti per
permettere alle donne di gestire al meglio lavoro e famiglia».
Da LA REPUBBLICA del 8/3/2009
La bozza che andrà all'esame
dell'Ecofin. L'Inps: nel 2008 avanzo da record con 11,2 miliardi
Pensioni, l'Europa avverte l'Italia
"Spesa alta, ritoccate l'età per le donne"
di Alberto D'Argenio
BRUXELLES — La spesa pensionistica italiana cresce
meno della media europea, ma anche attuando le riforme adottate «resta ancora
tra le più elevate». Per garantire la sostenibilità di lungo periodo del
sistema «potrebbero essere considerate misure addizionali, come un ulteriore
aumento dell'età pensionabile, in particolare per le donne», che avrebbe anche
il vantaggio di liberare risorse per aiutare i disoccupati. Lo ribadisce
l'Unione europea nella bozza di raccomandazione destinata all'Italia che sarà
approvata martedì dai ministri finanziari dei 27 (Ecofin).
Ma da Roma i sindacati tornano a bocciare la richiesta sulle pensioni delle
donne, confortati dai dati positivi in arrivo dall'Inps.
Il testo che sarà approvato dall'Ecofìn di tatto
recepisce senza modifiche le osservazioni sul bilancio italiano scritte dieci
giorni fa dal commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia. Osservazioni
che spiegano come l'innalzamento dell'età
pensionabile per le donne «potrebbe permettere di redistribuire la spesa
sociale così da mettere in campo un sistema di sostegno alla disoccupazione più
inclusivo e uniforme». Provvedimento oggi quanto mai necessario per contenere
gli effetti sociali della crisi economica che in Europa brucerà milioni di
posti di lavoro.
Rispondendo
ad una domanda sui suggerimenti di Bruxelles, il premier Silvio Berlusconi ha
detto: «Ci hanno chiesto questa cosa, adesso vediamo, stiamo dialogando». In
effetti il contestato provvedimento allo studio del governo è stato imposto
dalla Corte di giustiziane, che nella differenza dell'età pensionabile tra i
due sessi vede una discriminazione. E portarla a 65 anni per tutti, aggiunge ora
l'Ecofin, libererebbe risorse vitali per gestire la recessione.
Ma l'idea
proprio non piace ai sindacati. Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha
definito «penosa» la
posizione di Bruxelles
sottolineando che «il vero problema italiano oggi è quello di aumentare le
pensioni, non l'età pensionabile». Sulla stessa linea la Uil e la Cgii: per il
segretario confederale Morena Piccinini «il bilancio previdenziale non è solo
risanato, ma abbondantemente in attivo e dimostra quanto sia inaccettabile
l'idea del governo di fare ancora tagli con l'innalzamento dell'età
pensionabile delle donne». Affermazione confortata dai dati diffusi ieri
dall'Inps che nei 2008 ha registrato un avanzo finanziario boom.
L'Istituto
di previdenza — secondo quanto emerge dal rapporto annuale che sarà
presentato il 18 marzo — ha raggiunto un attivo di 11.275 milioni di euro
(+21,5% rispetto al 2007) grazie alla crescita delle entrate contributive
(+5,3%) dovute al ritocco verso l'alto delle aliquote di lavoratori dipendenti e
autonomi decisa a partire dal 2007. L'unico dato negativo è quello sugli
invalidi civili, che nel 2008 sono aumentati di 150 mila unità (+6,4%). Ecco
perché nei giorni scorsi l'Inps ha lanciato un piano straordinario di
accertamenti su queste invalidità (invalidi civili, ciechi e sordomuti) e sui
requisiti di reddito necessari per ottenere i benefici.
Da LA REPUBBLICA del 9/3/09
Tre paginette sparite dalla relazione della commissione
Brunetta con l'età elevata anche nel settore privato
"La riforma estesa a tutte le donne"
Il governo
ripensa, poi la stralcia
di ROBERTO MANIA
ROMA—Dieci miliardi di euro di risparmi in sette anni.
Tanto si otterrebbe con l'innalzamento dell'età pensionabile a 62 anni delle
donne, sia di quelle occupate nel settore pubblico sia di quelle dipendenti nel
privato. A fare le stime è stata la Commissione istituita nelle settimane scorse
dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, con l'incarico di
individuare la strada tecnica per adeguare la normativa italiana alla sentenza
della Corte di giustizia europea che ha chiesto al nostro governo di parificare
l'età per la pensione di vecchiaia di uomini e donne nel pubblico impiego,
visto che i primi abbandonano il lavoro a 65 anni e le seconde a 60. Ma quelle
stime, dettagliate anno per anno in tre paginette, sono scomparse dalla risposta
italiana alle sollecitazioni europee. Nel sito del ministero della Funzione
pubblica c'è la relazione dei tecnici, ma la parte sul settore privato è stata
tolta.
Forse una marcia indietro dettata dalla rigidità del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, assolutamente contrario a intervenire
sulla previdenza in questa fase recessiva, ma anche dai ripensamenti (pare abbia
commissionato un sondaggio tra gli italiani su questo tema) del ministro
dell'Economia, Giulio Tremonti, che alla fine di gennaio dal palcoscenico di
Davos aveva invece parlato della necessità di completare la riforma pensionistica. E probabilmente ha pesato pure la Lega
che sulle pensioni è tornata ad alzare le barricate.
Di certo la
Commissione ha fatto più di quanto chiedesse la Corte europea. Non è chiaro se
su esplicita richiesta del ministro o per completezza dell'indagine. Brunetta,
va detto, non ha mai partecipato a quelle riunioni, ma il fatto che ne abbia
fatto parte il suo capo di gabinetto, Filippo Patroni Griffi, e ne abbia
coordinato i lavori il suo consigliere economico, Leonello Tronti, fa supporre
che l'indicazione politica fosse ampia, senza l'esclusione a priori, insomma, di
una proposta che sconfinasse nel settore privato. Anche se poi questo pezzo della
relazione della Commissione (ne facevano parte anche il deputato del Pdl,
Giuliano Cazzola, l'economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa e la
ricercatrice dell'Isae Maria Cozzolino) è stata stralciata.
Eppure di soldi
non più destinati
alla spesa pensionistica bensì a altre voci del welfare, proprio come è
scritto nelle raccomandazioni all'Italia che domani dovrebbe approvare l'Ecofin
a Bruxelles, ce ne sarebbero stari parecchi. Già nel 2011 sarebbe stato
possibile utilizzare diversamente 1,4 miliardi di euro. «I dati — hanno
scritto i tecnici nella relazione completa — evidenziano in modo netto che
l'entità del risparmio di spesa pensionistica sarebbe, nel complesso assai
rilevante e tale da generare un flusso di risorse consistente sin dal 2011. In
particolare, il risparmio a regime, dal 2015in poi, sarebbe di più di 1,8
miliardi di euro l'anno». Suggerimento non accolto, però.
Da IL MESSAGGERO del 3/8/2009
GLI
EFFETTI DEL DECRETO
Dall’anno
prossimo scatta l'aumento dell'età pensionabile
per le statali. L
ricadute spalmate nei prossimi 8 anni
Per le
lavoratrici pubbliche
oltre 30 mila pensioni in meno
Risparmi per 2,4 miliardi fino al 2018, ma solo 120 milioni
nel 2010
di
LUCA
CIFONI
ROMA
- Le prime "vittime" saranno
3.500: e questo il numero delle dipendenti pubbliche che
nel 2010 dovranno rinviare la
pensione per effetto delle nuove
norme introdotte nel decreto
anti-crisi, in ottemperanza alla sentenza della Corte di Giustizia
europea. Le lavoratoci
coinvolte saranno via via di più di anno in anno, fino ad arrivare
a regime, nel 2018 a 8.500 l'anno. A quella data, l'Inpdap
avrà erogato complessivamente
30.041 pensioni in meno,
con una minore spesa cumulata
di 2,4 miliardi.
La gradualità è la via scelta dal
governo per portare l'età della
vecchiaia delle dipendenti
pubbliche da 60 a 65 anni.
L’incremento sarà di un anno ogni
due fino al 2018. Il primo passo
sarà fatto nel 2010, con l'asticella
posta a quota 61, e coinvolgerà solo le donne che compiono 60 anni nel
corso dell'anno e che non
hanno abbastanza contributi per sfruttare l'altro
canale di uscita, la pensione di anzianità; quelle che avranno
già tagliato il traguardo dei 60 entro il 31 dicembre di
quest'anno potranno invece continuare a sfruttare le vecchie
regole e dunque lasciare il servizio
quando vogliono: in realtà
molte di loro continueranno a lavorare avendo fatto domanda
in tal senso come consente
loro la legge.
Avranno invece una brutta sorpresa
altre lavoratrici, quelle
che hanno lasciato il servizio prima dei 60 anni, per motivi personali,
e magari hanno continuato
a versare contributi volontari in attesa dell'età della vecchiaia.
Queste donne si vedranno spostare in avanti il traguardo.
Ad esempio una dipendente
che si sia dimessa lo scorso anno e che compia i 60 anni nel 2012, non potrà
accedere alla pensione in quell'anno (perché il requisito sarà nel frattempo
salito a 62) e
dovrà attendere il 2015, quindi tre anni
in più. La Camera ha approvato un ordine del giorno che
chiede al governo di "salvare"
queste persone, ma con il testo
attuale della legge per loro non
c'è niente da fare.
Con il passare degli anni crescerà anche il numero delle lavoratoci
coinvolte dalla riforma
(anche per il contemporaneo inasprimento dei requisiti per l'anzianità):
a regime e cioè nel 2018 saranno circa 8.500, per
un importo medio di pensione stimalo in 17.000 euro l'anno.
Intanto però si sarà cumulato
un numero di pensioni rinviate
pari a 30041,
con una minore spesa
cumulata di 2,4
miliardi. Risparmi che derivano
dalla differenza tra i risparmi (minori erogazioni per pensione e
buonuscita) e i costi (dati
dalle maggiori retribuzioni pagate alle lavoratoci che restano).
All'inizio però i risparmi
sono esigui: 120 milioni nel 2010,
242 nel 2011. Queste
risorse confluiranno in un apposito fondo per essere destinale secondo il
decreto «alle politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla
non autosufficienza».

da IL SOLE24ORE del 30/11/09
Dirigenti. Gli effetti previdenziali
La pensione può
scendere di 1.500 euro
La
valorizzazione del merito
e l'incremento della quota variabile
di stipendio a parità di
spesa determina, soprattutto per l'arca della dirigenza, la necessità
di ripartire diversamente
il fondo tra la retribuzione
di posizione e quella di risultato.
Per i dirigenti va considerato
che la retribuzione di risultato,
a regime, dovrà costituire il 30% della retribuzione complessiva,
e che almeno il 50% del trattamento accessorio dovrà essere costituito
dalla
retribuzione di risultato. Ma quali
saranno gli effetti sulla pensione
e sulla liquidazione dell'aumento
della retribuzione
di risultato a scapito di quella
di posizione?
Se
consideriamo che la retribuzione
di posizione determina la quota A della
pensione mentre quella di risultato la quota
B, anche per i migliori dirigenti
l'effetto riforma ridurrà sensibilmente il trattamento di quiescenza.
A pagarne maggiormente
le spese saranno i dirigenti
prossimi al pensionamento, per
i quali si applica il metodo
di calcolo basato sul sistema
retributivo. Una quota rilevante
(circa il 45%) della pensione deriva dalle voci retributive che fanno
parte della quota A
di pensione
in godimento alla data della
cessazione del rapporto di lavoro. Ma
se la retribuzione di posizione si
riduce a favore di quella di risultato,
di conseguenza anche la retribuzione
fissa e continuativa a base del calcolo della pensione si contrae in modo
proporzionale. Di converso, il corrispondente
aumento della retribuzione di risultato, che determina la quota
B di pensione, non compensa
la riduzione.
La
quota B di pensione è infatti
calcolata sostanzialmente sulla
retribuzione media complessiva
(fissa e continuativa ed accessoria)
dell'ultimo decennio. Retribuzione che in
realtà non bisce
incrementi, ma solo una diversa redistribuzione all'interno
delle voci che la compongono.
Ipotizzando il caso di un dirigente
con 40 anni di anzianità contributiva collocato a riposo
nel 2012, con retribuzione di
posizione che passa da 90% a 50% delle
risorse disponibili e retribuzione di
risultato che passa da 10% al 50%, la
differenza negativa sarà pari a
circa il 25% della quota di pensione che
deriva dalla retribuzione di posizione
e risultato. Il che, tradotto in valori assoluti, si concretizza
in un taglio anche di 1.000-1.500 euro
al mese. Ancora più povero il
trattamento di fine
servizio calcolato sulla sola retribuzione utile, per i dirigenti
costituita sostanzialmente
dallo stipendio e dalla retribuzione
di posizione con esclusione
di quella di risultato. In questo
caso la perdita secca è quantificabile
in circa due volte la quota
di retribuzione di posizione
che si è trasformata in retribuzione di risultato.
Meno
rilevante l'effetto delle novità sulle prestazioni previdenziali
a favore dei dipendenti non
dirigenti, in quanto la quota
di trattamento accessorio rappresenta una percentuale solitamente
non elevata del trattamento
economico complessivo.
Un'avvertenza, però, è necessaria: sarà difficile, con le nuove
regole, garantire la "consuetudine" che vedeva riconoscere
al lavoratore prossimo al pensionamento uno "scatto" di progressione
orizzontale.
